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'Ndrangheta a Finalpia: «L’infiltrazione è accertata»

Il boss condannato a 13 anni. «Estorsione aggravata dal metodo mafioso»: il processo a Milano celebrato dopo la denuncia di Cogorno

Riccardo Maruti

Email:

rmaruti@laprovinciacr.it

13 Marzo 2022 - 05:10

'Ndrangheta a Finalpia: «L’infiltrazione è accertata»

L'ex Finalpia a Finale Ligure

CREMA -  Tredici anni ad Alfonso Pio per estorsione aggravata dal metodo mafioso e sei anni e otto mesi al suo complice Omar Petrocca: le pene stabilite in primo grado dai giudici del tribunale di Milano attestano che la ’ndrangheta ha tentato di acquisire il controllo dell’Hotel del Golfo di Finalpia, l’ex colonia dei cremaschi trasformata in albergo a quattro stelle.

Secondo i giudici, Pio (figlio di Domenico, considerato il boss del clan della mafia calabrese di Desio) e Petrocca «con minacce» hanno costretto Antonio Calabrese, socio di minoranza dell’albergo con circa il 7%, a «consegnare materialmente i certificati cartacei attestanti la titolarità delle quote della società, al fine di ottenere il controllo di quest’ultima, senza dar seguito al contratto preliminare di vendita» stipulato con l’imprenditore cremasco Claudio Cogorno.

Era stato proprio Cogorno, socio al 43% della Confort Hotel & Resort, società comproprietaria dell’albergo, a denunciare l’infiltrazione mafiosa. La sua denuncia, le deposizioni e i dati probatori rilevati nell’indagine della Dda costituiscono per i giudici «una testimonianza pienamente credibile».


L’ESTORSIONE A COGORNO.


Petrocca contatta per la prima volta Cogorno a inizio febbraio 2018 (incontro segnalato dall’imprenditore alla questura di Crema) e poi ancora il 26 aprile, alla vigilia dell’assemblea dei soci, per comunicargli che Antonio Denti, altro socio cremasco della Confort Hotel & Resort al 49%, gli ha dato procura (agli atti del processo) di vendere le proprie quote.

«Ormai Pio non lo tengo più – dice Petrocca —. Dammi una caparra oppure io vendo a lui… Non c’è bisogno di soldi, basta che mi firmi degli effetti. Visto che il valore è di 450 mila, mi dai una caparra da 30/40 mila e mi firmi degli effetti e mi restituirai il tutto con il 10/12% del fatturato dell’hotel negli anni successivi… Ovviamente non sono interessi legali».

Cogorno risponde spiegando di aver già un contratto preliminare di vendita con Calabrese. A quel punto Petrocca annuncia che Calabrese non si sarebbe presentato all’assemblea.

«Non posso venire… Tengo famiglia», dichiarerà Calabrese al telefono con Cogorno. Un chiaro effetto della minacce subite da Pio, sottolinea la sentenza. La scena si ripete praticamente identica il 12 giugno dello stesso anno. Calabrese, in una telefonata con Pio, dice: «Questa è la seconda volta che io faccio saltare la riunione… e mi prendo io le responsabilità… Ho fatto quello che volevate».

Le minacce non si interrompono. «A seguito dello stato di intimidazione — recita la sentenza — il 28 agosto Calabrese e la moglie autorizzano il Trust alla consegna degli originali dei certificati azionari a Petrocca». L’obiettivo? Ottenere la maggioranza della società.


IL PESTAGGIO BRUTALE.


I giudici descrivono nel dettaglio il «metodo» adottato da Alfonso Pio: le sue «condotte» sono «scientemente finalizzate al raggiungimento di ingenti profitti illeciti attraverso la violenza e la minaccia», recita testualmente la sentenza. Tra i casi più eclatanti c’è quello che ha toccato Said El Mardi, dipendente dell’Hotel del Golfo, che dopo aver subito ripetute intimidazioni è stato anche vittima di un brutale pestaggio. Solo uno degli innumerevoli episodi che, per i giudici, dimostrano che Pio esercitava «un dominio di fatto sull'hotel».

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