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LA GUERRA DI PUTIN

Ucraina, la campagna cremonese è rifugio per due profughe

A Oscasale vengono accolte da zia Svetlana la mamma di 46 anni e la figlia 27enne fuggite da Zaporizhzhia

Andrea Arco

Email:

andreaarco23@gmail.com

05 Marzo 2022 - 19:31

Ucraina, la campagna cremonese è rifugio per due profughe

OSCASALE - L’inferno, e la fuga dall’inferno, sono alle spalle: accolte da zia Svetlana ad Oscasale, sono finalmente al sicuro la mamma di 46 anni e la figlia 27enne (mamma a sua volta, con bimbo di due mesi) fuggite da Zaporizhzhia, la città ucraina diventata il cuore dell’allarme del mondo per l’attacco alla centrale nucleare. Raccontano il loro incubo, adesso. E il loro cammino verso la salvezza. Unica richiesta: «Non mettete il nome». La paura arriva anche qui, nella campagna cremonese che ora rappresenta un rifugio.

Inizia la 27enne: è un medico ed era a casa ad aspettare di finire la maternità per poi tornare nel reparto di Otorinolaringoiatria, dove sta portando a termine la specializzazione, quando è arrivato l’esercito di Putin con i carri armati e i lanciarazzi. Le prime esplosioni alle 4 del mattino. E alle 7 il presidente Zelensky in diretta tv  chiede a tutti di restare in casa. La Russia inizia  l’invasione,  Zaporizhzhia viene data alle fiamme. La 27enne  e la mamma, che da 10 anni lavora  per l’italiana De Longhi, aprono i cassetti in tutta fretta, raccolgono quel che possono e partono verso il confine polacco. Quel che sanno è solo che le ospiterà un’amica nei dintorni di Lublino. Poi la rotta per l’Italia, passando dall’Austria. Del piccolo che portano con loro, nato appena due mesi fa, c’è giusto il certificato di nascita. Il papà le accompagna alla dogana, le bacia e le saluta: imbraccerà le armi per resistere insieme allo zio che sta a Kherson. Loro non vorrebbero scappare ma devono cercare la salvezza, poi trovata a casa di zia Svetlana, che dal 1999 è ad Oscasale, frazione di Cappella Cantone, e lavora per Fondazione Vismara. Hanno la voce strozzata, madre e figlia: la prima non parla italiano, la seconda un po’ sì perché nel Cremonese, da piccolina,  ha fatto il Grest d’estate.  Solo con l’aiuto della cugina Nataliya, che fa da interprete, trova la forza e il coraggio di raccontare i momenti più drammatici della sua vita: «Abbiamo perso tutto quello che avevamo costruito nel nostro Paese. Il nostro pensiero va a chi è rimasto, ai nostri famigliari che guardano la tv in russo dove dei massacri non si parla. Lì raccontano che vengono a salvarci mentre ci ammazzano».

Hanno conquistato la salvezza con le unghie e con i denti, mamma, figlia e nipotino. Il tragitto, che sarebbe dovuto essere di 29 ore, è in realtà durato sei giorni. «Siamo rimasti chiusi in casa per capire la situazione». Il 25 la caccia all’uomo e i soldati russi in città: «Che nemmeno loro, con le armi in mano, si aspettavano di arrivare a questo, di puntare i fucili contro chi capisce la loro lingua e magari l’ha studiata e la parla ogni giorno – raccontano –. Perché Putin non è la Russia, non è il popolo russo. Perché noi, i russi, non li odiamo affatto».

Al confine polacco, una coda di trenta chilometri: «E nessuna priorità per i neonati. Non distinguevano tra singoli, famiglie con figli di 17 anni o di pochi mesi. Chi era in fila passava e, ovviamente, c’era chi cercava di  superare tutti perché in quei momenti comanda la paura». Lo supereranno. Adesso stanno bene. Il terrore, però, resta. Come il pensiero fisso a quel  papà che dall’altra parte dell’Europa aspetta il loro ritorno.  Con un mitra in mano.

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