Cerca

Eventi

Tutti gli appuntamenti

Eventi

11 SETTEMBRE: VENT'ANNI DOPO

Da Osama ai Talebani. Storia del «cigno nero»

La riflessione del filosofo Mauro Ceruti: complessità, globalizzazione, la politica e l’Onu. Dalla caduta del muro di Berlino al nuovo insediamento del terrore in Afghanistan

Nicola Arrigoni

Email:

narrigoni@laprovinciacr.it

11 Settembre 2021 - 13:18

Da Osama ai Talebani. Storia del «cigno nero»

Il filosofo Mauro Ceruti

CREMONA - Complessità, globalizzazione, tecnica e politica: lo sguardo di Mauro Ceruti sull’11 settembre è uno sguardo che va in cerca di connessioni, delle cause e degli effetti dell’accadimento. Per questo, per il filosofo cremonese l’11 settembre 2001 coincide con il suo lavoro di elaborazione o meglio di applicazione del paradigma della complessità per leggere la nuova e inedita condizione globale. «In realtà – spiega — avevo cominciato a interrogarmi sulla complessità nel 1989, subito dopo il crollo del muro di Berlino, con diversi interventi e con la pubblicazione di Un nuovo inizio, saggio scritto con Edgar Morin. Si trattava di un’implicita ed esplicita polemica contro la prospettiva più in voga nel leggere il crollo del Muro di Berlino, la fine del comunismo, la fine della guerra fredda, la prospettiva della fine della storia. Francis Fukuyama aveva divulgato questa lettura con successo: la storia è finita, ora si trattava di consolidare il governo del mondo. Si trattava di costruire, anche grazie alla politica internazionale, un grande mercato globale» è la pima, larga, riflessione di Ceruti sul passato che progetta il futuro.

Come tutto ciò si lega all’11 settembre?
«La storia nel 1989 era tutt’altro che finita, si era in realtà scongelata. La fine della Guerra fredda aveva scongelato la storia in tutta la sua ambivalenza: opportunità straordinarie di cooperazione internazionali, pericoli inediti e straordinari; nuovi attori globali, avventurieri ricchi e potenti come Bin Laden, che hanno fatto da tessitori transnazionali delle potenze petrolifere, irrigidimento di integralismi religiosi a supporto di politiche antagoniste contro i poteri tradizionali. E in tutto questo l’ideologia della fine della storia, gestita in malo modo, senza puntare sul rafforzamento di istituzioni sovranazionali, senza il rafforzamento dell’Onu ha dimostrato come la realpolitik dell’occidente e degli Stati Uniti si sia rivelata un boomerang, ben prima dell’11 settembre, ma che nella distruzione delle Torri gemelle ha avuto un suo segno drammatico e imprevedibile».

Cosa ha insegnato l’11 settembre?
«Il crollo delle Torri gemelle ha mostrato l’interdipendenza planetaria: ovvero che cosa di nuovo e inedito hanno comportato la fine della guerra fredda e lo sviluppo della globalizzazione. Una crisi locale e tutto sommato - nel 2001 - percepita come lontana ha mostrato di avere riverberi ed effetti planetari. Il riferimento è all’Afghanistan. Ancora alla fine del Novecento i talebani erano considerati da noi come lontani, come un popolo senza nessuna interferenza con la nostra cultura, società, destino. L’11 settembre del 2001 ha rivelato come ci sbagliassimo».

Osama Bin Laden in una foto dell’ottobre del 2001

Che relazione c’è fra l’89 e l’attentato alle Torri gemelle?
«L’11 settembre ha rivelato le ambivalenze della fine della Guerra fredda, cioè del dopo 1989. Ha dimostrato che il policentrismo, nato dopo la fine della Guerra fredda, aveva introdotto inediti e maggiori pericoli per la pace globale. Durante la Guerra fredda le due superpotenze avevano congelato i conflitti, in una guerra non riscaldata dal calore delle armi».

E dopo il 1989?
«Con la fine del dualismo Usa/Urss si è aperta la strada non solo all’influenza internazionale di nuovi attori: la Cina o l’Iran, ma anche alla nascita di nuovi tipi di poteri transnazionali, spesso gestiti da avventurieri, però capaci di aggregare interessi economici distribuiti sul pianeta, come Bin Laden che si dimostrò capace di aggregare gli interessi dei potenti che controllano le risorse petrolifere, dall’Asia centrale fino al Medioriente».

Cosa significa esattamente? Intende dire che le due superpotenze che si dividevano il mondo costituivano, malgrado tutto, un ordine globale?
«Nessuna nostalgia per la Guerra fredda, ma voglio sottolineare come l’auspicata fine del mondo diviso in due avrebbe avuto bisogno di nuovi tipi di azioni e organizzazioni sovranazionali e multinazionali per inaugurare una politica internazionale policentrica, orientata dall’idea di un destino comune. L’Onu non è stata in grado e a tutt’oggi non è in grado di giocare questo ruolo».

Anche a vent’anni di distanza, l’11 settembre continua a rappresentare un grande interrogativo?
«L’11 settembre è stato quello che possiamo definire un cigno nero, ha rivelato che la storia non è lineare, ma è soggetta a discontinuità imprevedibili. L’11 settembre è stato imprevedibile, molto di più della pandemia. L’11 settembre è stato un imprevisto assoluto. Gli Stati Uniti si sono sempre sentiti sicuri nel loro territorio, da due secoli a questa parte, l’11 settembre ha mostrato che la più grande superpotenza non era più sicura e dimostrato come la sua realpolitik le si sia ritorta contro»

Sembra di capire che l’11 settembre sia stato l’esito di un processo più lungo.
«Tutta la vicenda dell’Afghanistan, dal 2001 a oggi evidenzia gli errori, le illusioni e le conseguenze tragiche della realpolitik e del cinismo che hanno governato, hanno orientato l’agire dell’Occidente dopo il 1989. Innanzitutto la realpolitik, incarnata dalla politica estera americana, ha operato ignorando la storia, la storia dei popoli e delle relazioni internazionali. Ha ignorato che tutti gli imperi del passato avevano sempre avuto dei guai in Afghanistan. Lungi dall’essere marginale l’Afghanistan è centrale nella via della seta, tutte le relazioni fra Occidente e Oriente sono passate dall’Afghanistan. La realpolitik degli americani si è dimostrata poco previdente nel momento in cui ha sostenuto i talebani in funzione antirussa».

I talebani insediati di nuovo al governo afghano

Perché?
«L’integralismo islamico è anche il prodotto del paradigma che ha ispirato la politica internazionale dopo la fine della Guerra fredda: i nemici dei miei nemici sono miei amici. Dopo di che il gioco è sfuggito di mano agli americani. I talebani, una volta rafforzatisi in funzione antirussa con l’aiuto degli americani, hanno stabilito un loro asse col Pakistan e l’Arabia saudita e sono diventati la punta di diamante di un integralismo islamico globale. I talebani hanno costruito un potentato transnazionale che non sarebbe potuto esistere durante la Guerra fredda, caratterizzata da due centri: Usa e Urss. Le Torri gemelle sono la dimostrazione del potere dell’integralismo islamico transnazionale».

Un attacco a cui gli Usa hanno risposto con l’invasione dell’Afghanistan per la difesa dei valori dell’Occidente?
«Quando si parla delle guerre giuste per difendere i diritti umani, non bisogna dimenticare la complessità di intrecci che hanno favorito - da parte dei presunti difensori delle guerre giuste - lo sviluppo di forze oppressive dei diritti umani. C’è un’ecologia dell’azione che caratterizza ogni azione umana e politica. L’intenzione che genera un’azione spesso è contraddetta dagli effetti di quella azione, l’azione fugge spesso di mano e produce effetti imprevisti e spesso opposti a quelli auspicati dall’intenzione che l’ha generata. L’11 settembre mostra questa complessità della storia e della politica».

Una politica che ha portato gli Usa e l’Occidente a immaginare di dare vita a uno stato democratico in Afghanistan, partendo dalla formazione dell’esercito.
«L’addestramento militare costosissimo degli afgani, da parte degli americani, ha prodotto effetti scarsi, ha sottovalutato la corruzione che ha consentito un utilizzo deviato delle risorse, ha sottovalutato le difficoltà o la non volontà di apprendimento di tecniche militari da parte del popolo afghano. Ha sottovalutato il contraccolpo economico e tecnologico prodotto dagli ingentissimi investimenti americani all’interno degli Stati Uniti d’America. E qui veniamo alle critiche che Biden riceve all’interno e soprattutto dall’esterno. Il ritiro dell’esercito dall’Afghanistan, la rinuncia a giocare un ruolo di leader nell’area, la mancanza di un progetto per la pacificazione del Medioriente hanno ragioni e radici profonde».

Ovvero?
«Oggi per l’America è impensabile costruire uno stato democratico in Afghanistan, Gli stessi Stati Uniti stanno vivendo una gravissima crisi democratica, lo si è visto con le azioni sconcertanti che hanno segnato la fine della campagna elettorale e l’insediamento dello stesso Biden. Il vulnus alle sedi delle istituzioni democratiche è solo l’effetto più spettacolare di una presenza importantissima di un antagonismo con lo spirito democratico di gran parte del popolo americano. Non è isolazionismo quello di Biden, è sopravvivenza. Se la democrazia interna è in pericolo, non puoi agire da grande potenza su contesti internazionali. È drammatica la situazione negli Stati Uniti, c’è stata una involuzione tecnologica, cadono i ponti in America, come in Italia per mancanza di attenzione e per mancanza di investimenti e ciò crea una crisi della democrazia perché crea una crisi di consenso delle istituzioni democratiche».

Dalla fine della Guerra fredda all’11 settembre quale insegnamento si può trarre?
«Tutti gli eventi successivi alla fine della Guerra fredda possono essere intesi solo nella cornice della nuova globalizzazione. Tutte le crisi di questo ventennio, innescate realmente e simbolicamente dall’11 settembre, sono figlie di azioni, prospettive, paradigmi che non prendono atto della condizione inedita dell’umanità e delle relazioni internazionali prodottasi dopo il crollo dei due blocchi».

Se la risposta nel 1989 alla fine della storia di Fuhuyama fu, da parte sua, Un nuovo inizio, saggio scritto con Edgar Morin, con il saggio Solidarietà o barbarie, scritto nel 1994 con Gianluca Bocchi, aveva voluto indicare nella nascente era della globalizzazione che un paradigma di solidarietà globale era tutt’altro che un sogno da anime belle.
«Sì, è vero era diventato il paradigma necessario per la sopravvivenza della pace, se non dell’umanità intera, visto che per altro anche l’arma atomica non era più sotto il controllo esclusivo delle due grandi potenze, ma in mano a piccoli stati non più controllabili da una politica internazionale. Dopo l989 la guerra del Golfo e l’esplosione della pulizia etnica e infine con l’11 settembre hanno mostrato che le antiche barbarie dell’integralismo e della pulizia etnica e le nuove barbarie rese possibili dalle nuove tecnologie potevano fare divampare una pericolosa terza guerra mondiale inedita. L’11 settembre è il cigno nero dell’incapacità di concepire un mondo basato sulla cooperazione invece che sul dominio di una parte del mondo su un’altra parte del mondo, nell’illusione che la diffusione delle nuove tecnologie avrebbe bonificato i territori di altri civiltà dai pericoli e dai fondamentalisti».

Non è un caso che proprio nel 2001 abbia lavorato al volume, uscito poi nel 2004, Educazione e globalizzazione. Sono seguiti poi: Il tempo della complessità e Abitare la complessità del 2020.
«E proprio per questo le Torri Gemelli sono l’esempio lampante di questa interconnessione, di questo mondo/villaggio: sono il frutto di kamikaze al cento per cento fondamentalisti e al cento per cento figli della tecnologia occidentale. Abbiamo così appreso che la tecnologia e l’apprendimento della tecnologia non sono uno strumento della laicizzazione delle civiltà. Il mito tecnocratico è stato un fallimento sul piano politico ed economico: questo dimostrano le Torri Gemelle e questo, a vent’anni di distanza con la nuova crisi afghana, ci dimostra l’11 settembre».

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su La Provincia

Caratteri rimanenti: 400