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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Lezione 2: per vincere servono leader e visione

L'impresa degli eroi di Wembley può mettere il turbo al sistema Paese perché certe regole valgono anche al di fuori del rettangolo verde

Marco Bencivenga

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mbencivenga@laprovinciacr.it

18 Luglio 2021 - 06:00

Lezione 2: per vincere servono leader e visione

Marco Bencivenga, direttore del quotidiano La Provinica

Ripiegate le bandiere, spenti i fuochi d’artificio e terminati i caroselli festosi di milioni di tifosi incuranti del Covid, a una settimana di distanza cosa resta dello storico trionfo della nazionale italiana a Wembley? Molto. La risposta giusta è molto. A ogni livello. Innanzitutto, grazie all’entusiasmante impresa compiuta dai calciatori azzurri è cambiata l’immagine del Paese agli occhi dell’Europa e del mondo: tanto eravamo il popolo dei furbi, degli indisciplinati e degli improvvisatori prima, tanto siamo considerati un modello di programmazione, creatività e unità di intenti adesso. D’incantesimo, il «Made in Italy» è

Grazie alla straordinaria popolarità del calcio, la vittoria ottenuta a spese della presuntuosa Inghilterra  ha cambiato il sentiment dell’intero Paese

tornato a essere un sigillo di qualità, un brand di successo. Ma la percezione di cosa e come siamo non è cambiata soltanto agli occhi degli stranieri: grazie alla straordinaria popolarità del calcio, la vittoria ottenuta a spese della presuntuosa Inghilterra (ma anche delle altre superpotenze europee: la Spagna, la Germania, la Francia…) ha cambiato il sentiment dell’intero Paese. Se un marziano ci guardasse da lontano, probabilmente gli sembreremmo tutti matti, a dare tanta importanza a ventidue giocatori in mutande che inseguono un pallone su un rettangolo verde, ma la realtà è proprio questa: grazie alle magie di Insigne e Verratti, alle parate («E che parate!») di Donnarumma, ai gol di Berardi, Pessina e Locatelli, alle implacabili marcature di Bonucci e Chiellini e al coraggio di Spinazzola (il giocatore rivelazione fermato sul più bello da un gravissimo infortunio, ma subito capace di rialzarsi e partecipare alla festa in stampelle), gli italiani hanno riscoperto l’orgoglio nazionale.

PROPELLENTE DELL'ECONOMIA

E - ancor più importante - sono tornati ad aver fiducia nel futuro, nelle proprie capacità, nella forza di un popolo che - oltre alle storiche arretratezze - nell’ultimo anno e mezzo era stato martoriato e spaventato dalla pandemia. Quel popolo ha sofferto, ha pianto, per un po’ ha dovuto rinunciare a tutto, ma non si è mai arreso. Perché sa che non può piovere sempre. E che dopo un temporale - anche il più devastante - torna sempre a splendere il sole. Ad accendere la scintilla, sette giorni fa, sono stati proprio quegli uomini in mutande. Basti dire che secondo le stime dei più importanti economisti, il trionfo degli Azzurri, da solo, può mettere le ali al Pil, il prodotto interno nazionale,

Il trionfo degli Azzurri può mettere le ali al Pil facendolo lievitare grazie al boom delle esportazioni, alla ripartenza del turismo e a una parallela espansione dei consumi interni

facendolo lievitare grazie al boom delle esportazioni, alla ripartenza del turismo e a una parallela espansione dei consumi interni. «Non c’è dubbio che grazie al successo azzurro di Wembley un’ondata di gioia abbia attraversato il Paese, accompagnata da un’ondata di simpatia per l’Italia e la sua immagine nel resto del mondo», ha commentato un fine analista come Pasquale Lucio Scandizzo. Da qui, la convinzione «anche di sobri osservatori finanziari» che l’efficacia del modello-Italia e la maggior fiducia nel futuro da parte degli italiani possano mettere il turbo al sistema paese, diventare il propellente dell’economia «verso traguardi di crescita mai raggiunti nel passato recente, capovolgendo gli effetti depressivi della pandemia». Ce ne sarebbe abbastanza per erigere un monumento agli eroi di Wembley. Ma ancora non basta. Più di tutto l’impresa calcistica di una settimana fa ci lascia in eredità una straordinaria lezione, la seconda di questa magica estate italiana (la prima, illustrata alla vigilia della finale, era la capacità di andare oltre i propri limiti e realizzare i sogni più grandi): la nuova morale è l’importanza della leadership per raggiungere determinati traguardi. Un valore riconosciuto all’estero, ma troppo spesso trascurato in Italia, sia a livello pubblico che in molte aziende.

I COLLABORATORI E LE REGOLE

Scegliere una figura di riferimento, sposare la sua vision, dargli fiducia e metterla nelle condizioni giuste per lavorare è il modo più corretto per iniziare un viaggio con l’obiettivo realistico di arrivare alla meta. La Federcalcio lo ha fatto scegliendo Roberto Mancini - un allenatore top, non certo un ripiego - e credendo con assoluta convinzione nel suo progetto. Non solo lo ha pagato il giusto (più di tutti gli altri ct degli Europei, ma grazie ai premi che ora riceverà dall’Uefa e dagli sponsor

Gli intelligenti sanno che nessuno vince da solo e che senza regole non si va lontano

l’investimento si è già ampiamente ripagato): al tecnico di Jesi il «datore di lavoro» ha rinnovato il contratto già prima dei campionati europei (ora sarebbero capaci tutti), ha consentito di scegliere i collaboratori giusti e ha permesso di fissare le regole del gioco. Perché gli intelligenti sanno che nessuno vince da solo e che senza regole non si va lontano. Ecco allora spuntare attorno a Mancini figure fondamentali come Gianluca Vialli, Lele Oriali, Daniele De Rossi, Chicco Evani, Fausto Salsano e Attilio Lombardo, una squadra nella squadra, fatta di condivisione, competenze e grandissima esperienza. Ed ecco un giocatore come il pur talentuoso Moise Keane escluso dalla spedizione azzurra perché incapace di integrarsi con il resto del gruppo, rispettandone le regole e i valori. Mancini era tanto convinto del fatto che una sola mela marcia potesse influenzare negativamente le altre con i suoi comportamenti, da rinunciare a un potenziale protagonista pur sapendo di non avere nel suo ruolo un campione all’altezza della concorrenza (vale per Keane come per l’ex figlioccio Mario Balotelli). Piuttosto di mettere a rischio i propri princìpi e la coesione del gruppo, Mancini è arrivato a modificare gli schemi di gioco dell’intera squadra (puntando sugli inserimenti in attacco dei centrocampisti) e a convocare in nazionale un debuttante assoluto come Giacomo Raspadori (21 anni e sole 39 presenze da professionista in carriera).

DA MANCINI A DRAGHI

Ecco il segreto del successo: leadership forte, vision, condivisione di programmi e obiettivi, fiducia, regole chiare. Così l’Italia del calcio è tornata regina d’Europa. Ma la regola vale anche fuori dal rettangolo verde. Volendo, basterebbe cambiare il nome di Roberto Mancini con quello di… Mario Draghi, per esempio, e il ragionamento non farebbe una grinza. Come dicono gli accademici della Crusca, calzerebbe a pennello. Il dubbio - in politica come in ogni altro ambito - è se in Italia ci siano abbastanza Mancini e Gravina (il presidente federale), «pittori» illuminati, capaci di tenere in mano quel prezioso pennello. La Federcalcio ha dimostrato di saperlo fare e ora ne raccoglie i frutti. Diventasse davvero un modello, sarebbe il caso di tornare a sventolare bandiere, sparare fuochi d’artificio e fare caroselli per le strade. Covid permettendo, naturalmente.

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