Cerca

Eventi

Tutti gli appuntamenti

Eventi

CREMA

Incastrato dopo dieci anni, a processo padre di famiglia

Vittima, irreperibile, una prostituta romena: oggi il muratore di 43 anni è sposato con due figli

Francesca Morandi

Email:

fmorandi@laprovinciacr.it

19 Maggio 2021 - 07:19

Incastrato dopo dieci anni, a processo padre di famiglia

CREMA - Albanese di nascita, oggi Alfred ha 43 anni. Muratore, vive in provincia di Como, negli ultimi dieci anni si è sposato, ha messo su famiglia: è padre di due figli. «Io non ho fatto niente. È vero che dieci anni fa lavoravo nel Cremasco. Non ero sposato ancora. Ogni tanto andavo con le prostituite, le pagavo 30, 40, 50 euro. Ma rapporti consenzienti e pagati. Non ho mai violentato e picchiato nessuno».

Il codice numerico

Undici anni dopo, ieri, Alfred è sul banco degli imputati accusato di aver violentato, in mezzo alla campagna di Pandino, una prostituta caricata sull’auto a Vaiano Cremasco, la notte del 9 luglio del 2010. Ci sono voluti dieci anni perché, nel 2020, l’esame del Dna desse un nome e un volto all’ignoto. Ad accusarlo, in particolare, c’è un codice numerico: un test identificativo del Dna effettuato dalla Banca nazionale presso il ministero dell’Interno. Banca nazionale alla quale, due anni dopo, nel 2012, i carabinieri del Ris di Parma inviarono alcuni reperti trovati sul luogo della violenza perché fossero analizzati. Otto anni dopo, nel 2020, il verdetto: l’autore della violenza sessuale sarebbe proprio lui, Alfred.
«I marcatori analizzati hanno riscontrato un valore identificativo superiore a 20. Con 10 c’è già una identificazione affidabile, con 20 c’è una ragionevole certezza», ha spiegato ieri al processo l’esperto della Banca del Dna, teste del pm Lisa Saccaro che ha esordito, spiegando: «Ci occupiamo di un processo un po’ complicato. Purtroppo, la persona offesa non è più reperibile». Della vittima si sono perse le tracce in Italia. Il luogotenente Giovanni Ventaglio, comandante del Nucleo radiomobile dei carabinieri di Crema, ha provato a cercarla. Nulla. «Ritengo che sia tornata in Romania». Ci riproverà. Si faranno ancora ricerche all’estero sino al 12 ottobre prossimo, data della seconda udienza.
Sempre il comandante Ventaglio ha raccontato le indagini. È partito dall’inizio. Dalla telefonata ai carabinieri fatta intorno alle due e mezza di notte da un signore. Era una richiesta di aiuto per una romena con il volto pieno di lividi. «La pattuglia è andata sul posto, la ragazza aveva il volto tumefatto, abbiamo chiamato il 118». Al Pronto soccorso dell’ospedale Maggiore, i carabinieri parlarono con la vittima (poi visitata anche alla clinica Mangiagalli di Milano). La giovane raccontò di essere stata caricata in auto nella zona di Vaiano Cremasco, la sua ‘piazza’. «Lì aveva lasciato la borsina con i suoi effetti personali». Raccontò che il cliente la prese di spalle, la spinse sull’auto, una Passat di colore grigio, la picchiò, le portò via la scheda del cellulare, poi raggiunse la campagna di Pandino. E lì la violentò, le rubò 300 euro dalla borsa. Lì i carabinieri trovarono un paio di ciabattine di colore rosa e beige, degli orecchini d’argento a forma di anello con dei brillantini e dei fazzolettini di carta.

I fazzolettini: la prova

«La ragazza ci confermò che ciabattine e orecchini erano suoi». Gli investigatori mandarono i fazzolettini al Ris di Parma. Dalle analisi emerse un profilo genetico ignoto collegato, però, «ad uno stesso soggetto che nel 2007 aveva violentato un’altra prostituta a Cinisello Balsamo».
Quella notte, ai carabinieri la vittima diede una descrizione molto precisa del suo aggressore. Riferì «particolari molto importanti». Dall’altezza, al bracciale, al tatuaggio sul braccio sinistro con due idiomi cinesi. «Era certa che fosse albanese», ha proseguito Ventaglio. La vittima «fece anche una descrizione precisa dell’auto», di che cosa ci fosse all’interno di quella Passat che aveva già visto passare altre volte prima di essere violentata.
I carabinieri prepararono un album fotografico, glielo mostrarono. La giovane riconobbe nella foto numero 12 il suo violentatore. Non era lui. «Quella foto — ha spiegato il luogotenente Ventaglio — fu messa a casaccio nell’album insieme alle altre, ma all’epoca dei fatti l’uomo che la vittima aveva riconosciuto non era più in Italia da cinque anni. Aveva, però, una certa somiglianza con l’imputato».
L’avvocato Gianantonio Testa, del Foro di Como, legale di Alfred ha evidenziato che il tatuaggio descritto dalla vittima non corrisponde a quello del suo cliente («Non ha questo tipo di tatuaggio»). E che non corrisponde nemmeno la descrizione degli interni dell’auto. Perché è vero che Alfred ha una Volkswagen Passat, ma secondo la difesa non c’entra nulla.

Il codice genetico

Nel 2012, dopo aver ottenuto il profilo genetico ignoto, i carabinieri del Ris inviarono i reperti alla Banca dati del ministero dell’Interno per una comparazione del codice genetico. «Otto anni dopo, nel 2020 - ha spiegato Ventaglio —, ci arrivò la comunicazione che l’esame del Dna estrapolato dai fazzoletti aveva portato ad un nome». Quello di Alfred, l’albanese che nel 2017 era finito in carcere. In quell’occasione gli fu prelevato il Dna, risultato compatibile con il profilo genetico estrapolato dai fazzolettini di carta trovati in mezzo alla campagna di Pandino. I carabinieri scoprirono dell’altro. Alfred abitava in provincia di Como, ma «frequentava il Cremasco: un mese prima della violenza era in zona».

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su La Provincia

Caratteri rimanenti: 400