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IL DELITTO DI PARMA

Crepet: "Violenza figlia dell'impotenza, noi responsabili"

L'analisi dello psicologo: «È l’ultimo effetto di una deriva relazionale causata dagli adulti»

Nicola Arrigoni

Email:

narrigoni@laprovinciacr.it

08 Maggio 2021 - 06:18

Crepet: "Violenza figlia dell'impotenza, noi responsabili"

CREMONA - Paolo Crepet non si stupisce e veste i panni di Cassandra nell’analizzare il delitto di Parma, ma soprattutto l’ossessione della gelosia scatenata in una serie di coltellate. «L’omicidio di Daniele Tanzi è in ordine di tempo l’ultimo effetto di una deriva relazionale di cui noi adulti e noi come comunità dobbiamo sentirci responsabili. La pandemia ha amplificato tutto questo, ma il processo di analfabetismo emotivo è in atto da anni e l’ho più volte denunciato, ma inutilmente».

Perché mettere in relazione il delitto scatenato dalla gelosia con la situazione pandemica che siamo vivendo?
«Perché siamo tutti carcerati. Il ragazzo si è comportato come un detenuto che uscito di galera è andato in cerca di colui che gli ha rubato la donna, e lo ha fatto in maniera esasperata, violenta. E questo è tanto più forte nei ragazzi».

Perché?
«Noi adulti ce la siamo sfangata, magari ci è parso anche comodo lo smart working, ma per gli adolescenti è stato diverso. Da un momento all’altro i ragazzi si sono visti azzerare il loro mondo. Non ci rendiamo conto degli effetti che questo procurerà. I miei colleghi virologi sono bravissimi a contare le cellule, ma sono inadatti a capire il mondo che sta fuori i loro laboratori. Quello che stiamo facendo è destinato a scatenare l’inferno».

Si riferisce al dilagare di atti violenti soprattutto nelle fasce giovanili?
«Il caso di Parma è solo l’ultimo di una lunga lista che ogni giorno si allunga e che riguarda la violenza passionale ma non solo.

Scatta il senso di possesso, la gelosia e in un contesto in cui l’incontro con l’altro è stato inibito, lo scontro si fa deflagrante

Basta leggere i giornali e balza all’occhio come atti di violenza apparentemente gratuita ed eccessiva rispetto al contesto in cui esplodono si stiano moltiplicando. Basta pensare alle risse scatenate fra adolescenti per un apprezzamento nei confronti di una ragazza. Scatta il senso di possesso, la gelosia e in un contesto in cui l’incontro con l’altro è stato inibito, lo scontro si fa deflagrante, potente, fuori norma, non si intravvede alternativa. Tutto ciò ogni volta ci sconvolge, ma è frutto di una insipienza del nostro Paese».

Cosa vuol dire?
«Che negli anni si è investito soprattutto nell’infanzia, se non nella prima infanzia e si sono del tutto dimenticati, ignorati gli adolescenti. Anche nella decisione di mantenere aperte le scuole è stata presa questa decisione. Poi non stupiamoci degli atteggiamenti asociali dei ragazzi, degli scatti di rabbia, dei raptus di violenza di una generazione dimenticata, parcheggiata e oggi, in tempi pandemici, rinchiusa nelle loro stanze. È mai possibile che per un caso positivo si debba isolare un’intera classe. Facciamo i tracciamenti spesso e di frequente, diamo la possibilità ai ragazzi di vivere, di intessere relazioni. Fare così ci preserverebbe dal contagio ma anche preserverebbe i nostri ragazzi, la loro naturale esigenza di relazionarsi, di crescere nel rapporto con gli altri».

Ma tutto questo che relazione può avere con il delitto di Parma?
«Il raptus violento è un cortocircuito che denuncia l’inadeguatezza ad affrontare il mondo, la relazione conflittuale. La violenza è figlia dell’impotenza. La violenza delle coltellate con cui è Patrick Mallardo ha ammazzato Daniele Tanzi è l’atto estremo di una incapacità di gestire una relazione, di metabolizzare la decisione della ragazza che ha rifiutato l’omicida per un altro. Di fronte a questa incapacità, di fronte a questo senso di impotenza scatta la rabbia, l’atto violento, ultima e disperata azione di rifiuto della realtà».

Eppure alla fine è lo stesso omicida ad aver chiamato il 118...
«Siamo di fronte a un ragazzo, non ad un killer. Cessato il loop violento che lo ha accecato, la realtà e la smisurata grandezza tragica dell’atto che ha compiuto si dimostra in tutta la sua drammaticità. Per questo l’aver chiamato il 118 è quasi una sporta di senso di normalità, di un ritorno alla normalità che coincide con la consapevolezza dell’atto compiuto».

Quale prospettiva per i ragazzi isolati e lasciati a loro stessi?
«Noi adulti dobbiamo recuperare uno scenario in cui i nostri ragazzi possano muoversi, uno scenario di senso che un tempo magari era rappresentato dalla Chiesa. Ora chi dialoga e mostra interesse per i ragazzi sono i grandi gruppi della Silicon Valley. Lì i ragazzi hanno trovato un loro spazio, perché noi li abbiamo gettati fuori dalla realtà, se va bene li abbiamo parcheggiati, ignorati. Pandemia a parte».

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