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Lunedì 05 Dicembre 2016

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CREMONA. 26 settembre - 2 novembre

Mostra su Mario Biazzi, anima nera della pittura cremonese

Protagonista del Novecento cremonese

Mostra su Mario Biazzi, anima nera della pittura cremonese

Un ritratto femminile di Mario Biazzi

"Mario Biazzi. L'urgenza espressiva e lo sguardo nell'abisso", mostra monografica curata da Marco Tanzi

Dal 26 settembre al 2 novembre 2014

Giovedì 25 settembre l'inaugurazione alle 17 presso la galleria Antichità Mascarini in via Torriani.

L’aperitivo offerto in collaborazione con la Locanda Torriani sarà accompagnato dalla musica dal vivo proposta dal Quartetto Veljack di Fiume.

CREMONA — Cattivo, addirittura spregevole. Brutto, ai limiti della deformità. Tormentato, schiavo della morfina e della cocaina che gli procurava un amico medico. Eppure, assolutamente geniale. «Per me — sostiene Marco TanziMario Biazzi è il miglior pittore cremonese del Novecento». Ed è proprio a Biazzi che la galleria Antichità Mascarini di via Torriani dedica quella che è ormai diventata la ‘mostra di settembre’. Ovvero, un’esposizione dedicata all’arte cremonese che, pur non nascondendo le legittime finalità commerciali di chi per mestiere fa l’antiquario, soddisfa un appetito culturale, l’esigenza di una riflessione e di un approfondimento sul passato (e quindi sul presente), il desiderio di lanciare spunti, suggerire idee. Quest’anno, la scelta di Paolo e Michele Mascarini, del cognato Daniele Barbieri, oltre che di Tanzi che è curatore della mostra, è caduta dunque su Biazzi, artista atipico e irregolare, controverso e contraddittorio, di fatto dimenticato. Era fascista e fu di moda nei primi decenni del Novecento, e tanto bastò — unitamente al suo carattere bilioso — a farlo dimenticare fin dall’immediato dopoguerra, malgrado le sue non banali esperienze all’estero. Nato nel 1880, morì nel ‘65 al ‘Soch’, dove aveva continuato a disegnare, lasciando segni insensati sui fogli, divorato dai suoi incubi. In effetti, a vedere i suoi ritratti, i suoi paesaggi o i suoi disegni non c’è aria di regime, e neppure di retorica borghese.
A esporsi all’oss er va to re sono uomini e donne dallo sguardo quasi allucinato, dai volti lividieterrei econunche di torbido nell’insieme. «Cosa avranno provato i clienti nel ricevere una specie di vero R itratto di Dorian Gray in cui ogni concessione all’idealizzazione appariva dichiaratamente bandita?», si chiede Tanzi nel catalogo che accompagna la mostra e che sarà venduto a favore dell’Anffas. Neppure i bambini sono risparmiati dal senso di ambiguità che sembra pervadere ogni opera di Biazzi: appaiono tristi, un po’ inquietanti, ‘malati ’ nella loro fissità. Ogni malattia è una malattia dell’anima, diceva Novalis: e a questo fa pensare lo scavo psicologico che Biazzi sa fare sui suoi committenti. Committenti forse ignari, forse masochisticamente disposti a farsi ritrarre da un irregolarecosì comei loro genitori e i loro nonni avevano fatto a gara nel servirsi del Piccio, un altro eccentrico. E’ come se l’artista intuisse (ed esaltasse) non solo probabili vizi o debolezze privati, ma cogliesse un presagio di morte, il segno di un inevitabile disfacimento.
Se i dipinti tutto appaiono fuorché solidamente borghesi, i disegni — realizzati probabilmente per uso privato — raccontano un mondo ancora più desolato. Viandanti errabondi senza meta, famiglie a tavola senza nulla per cena, figure contorte dalla fatica del lavoro, mariti ubriachi dimentichi della moglie con il neonato al collo, un Cristo in croce che pare un povero cristo. E’ un’umanità pezzente e crudelmente vera, sofferente e disperata, lontana quindi da ogni retorica di regime, anzi lontana da ogni retorica. E poco ‘fascista’ appare anche il dipinto con cui Biazzi partecipò al Premio Cremona: la sua Ascoltazione alla radio di un discorso del duce ci mostra una famiglia abbacinata, con un ritratto di Mussolini che aleggia sopra di loro. Allo stesso modo il militare che accoglie i visitatori da Mascarini non ha nulla di marziale se non la divisa: lo sguardo è di chi è stupito di essere sopravvissuto al massacro della Grande guerra. Naturalmente non è sulla collocazione politica di Biazzi che punta la mostra alla galleria Mascherini.
L’intento è di riportare l’attenzione suunartista ingiustamente dimenticato, con l’auspicio che prima o poi venga organizzata una grande antologica che consenta di capire la grandezza di Biazzi. Grandissima era la qualità della sua pittura, e singolare la sua collaborazione con Ernesto Fazioli.Stesse pose, la stessa modella, a volte gli stessi bambini compaiono negli scatti del fotografo e nelle opere del pittore: uguali sì, eppure diversi, gioiosi per Fazioli e in versione cupa nella prospettiva di Biazzi.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

31 Ottobre 2014

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