L'ANALISI
11 Marzo 2026 - 05:20
CREMONA - Un'umanità nuda, fatta di mancanze e di una speranza che non si arrende mai, in cui bambini fanno questo per le persone: le sincronizzano sul tempo dell'amore. È questa l'umanità che popola 'Tanta ancora vita', l'ultimo romanzo di Viola Ardone. Un storia, tanto drammatica quanto poetica, non solo un resoconto sulla guerra, ma un'indagine profonda su ciò che ci lega agli altri quando tutto sembra crollare. Un racconto che si snoda tocchando le corde più intime del lettore. La scrittrice ne parla con Paolo Gualandris nella videointervista.
«In questa casa abbiamo tutti un pezzo che manca», riflette a un certo punto una delle protagoniste. Quali sono questi pezzi e a chi mancano? viene da chiedersi per cominciare. Ardone risponde così: «Le voci narranti sono tre, e ognuna coltiva una solitudine specifica. C'è Kostya, bambino di nove anni che arriva dall'Ucraina in fiamme nel febbraio del 2022, fuggito da solo dalle fiamme dell'invasione russa con una foto nello zaino e troppi incubi nelle gambe; è un bambino 'bucato' dalla fuga rocambolesca e solitaria dopo che il padre si è arruolato volontario».
Poi c'è sua nonna Irina, che lavora in Italia come domestica e rappresenta la figura del migrante, dolorosamente priva di qualcosa per definizione. Tanto che riflettendo sulla propria condizione si dice «noi stranieri siamo la polvere della società» e levando la polvere da case altrui si guadagna da vivere. Ha studiato, sognava un altro destino in Ucraina, ma ora declina il suo sapere nel suo nuovo lavoro e parla italiano come un poeta del Duecento, Dante.
Infine c'è Vita, l'italiana per cui Irina lavora. Ha subito un lutto terribile, la perdita di un figlio ventenne, e vive in un guscio di dolore, si muove in una casa che è diventata un mausoleo di silenzi. Queste tre solitudini si trovano e si specchiano l'una nell'altra: non c'è un risarcimento affettivo diretto, ma il semplice riconoscersi nel dolore dell'altro permette loro di andare avanti.
La forza del romanzo risiede proprio in questo: non è una storia di amore romantico, ma di amore universale. Vita, inizialmente così ferita da aver messo da parte ogni sentimento, viene agganciata di nuovo alla vita proprio dal piccolo Kostya, che la trascina nel vortice dei giorni e della quotidianità.

Il bambino, scoperto addormentato sullo zerbino di casa con solo una foto e un indirizzo nello zaino, la costringe a riprendere quel ruolo di madre che il destino le ha strappato. Il rapporto tra Vita e Kostya è fatto di silenzi, di quella crudezza tipica di chi ha visto troppo presto il volto del male. Eppure, proprio in questa durezza, sboccia la salvezza. Il bambino non cerca una nuova madre e Vita non cerca un sostituto per il figlio perduto; ciò che accade, spiega Ardone, è un «rispecchiamento» nel dolore.
La guerra è una presenza costante, quasi un quarto protagonista e porta i lettori nell’attualità. «Nei miei romanzi precedenti avevo esplorato il passato recente, ma qui ho sentito l’urgenza di dare una lettura dei nostri giorni. L’invasione russa dell’Ucraina è stata una cesura storica, la rottura di un argine che ha innescato una serie di conflitti che osserviamo ancora oggi» - sottolinea la scrittrice. Una guerra che rende le persone ‘colpevoli di delitti altrui’. «Volevo indagare quanto ci appartenga il dolore degli altri; anche se la guerra sembra lontana, siamo diventati un unico ‘fronte interno’ di un dolore che ci riguarda tutti».
Ardone sottolinea un paradosso contemporaneo: le migliaia di morti lontani finiscono per anestetizzarci, rendendoci quasi indifferenti. Tuttavia, quando una vita assume un nome e un cognome — come quello di Kostya — essa torna a essere importante e vicina. Kostya è la metafora dei bambini di guerra di oggi, che chiedono agli adulti di fare il proprio dovere: pensare al loro futuro e salvarli. È un bambino cresciuto troppo in fretta, che scalcia di notte per i traumi subiti sotto le bombe. C’è un momento nel libro in cui i ruoli tra adulto e bambino sembrano invertirsi. Kostya appare quasi più consapevole di Vita.
«Un’inversione tra educatore ed educato. Kostya guida Vita nei momenti difficili, a volte con molta crudezza. C’è uno scambio di battute emblematico su una pistola finta: il bambino dice a Vita che se la pistola è vera, allora ti salva mentre Vita gli aveva spiegato che una pistola come quella da lui sognata sporca sempre le mani anche se finta. Lui non cerca il patetismo, ma la sopravvivenza». Personaggio di straordinaria umanità è nonna Irina. Laureata in filosofia in Ucraina, si ritrova a pulire le case occidentali, ma declina il suo sapere nel suo nuovo lavoro.
«Per lei, dare ordine materiale alla vita degli altri significa trovare anche un ordine etico e spirituale. È lei l’ancora di salvezza che cerca di rimettere ordine nelle esistenze sgangherate dei protagonisti». Il romanzo è occasione per riflettere su verità e bugia. Come cambiano questi valori in un contesto di emergenza? «Oggi è difficile definire pace e guerra come facevamo sui sussidiari. Un’arma può essere uno strumento di aggressione, ma incredibilmente anche di resistenza per un popolo occupato. Il bambino si interroga costantemente su questo. Il libro non vuole dare risposte univoche, ma lasciare interrogativi salvifici.»
Il lato umano emerge prepotentemente nel finale, quando Vita decide d’impulso di seguire Irina in Ucraina per cercare il figlio di quest’ultima, dato per disperso al fronte. È qui che si compie il miracolo dell’incontro umano descritto da Ardone: la capacità di scardinare la solitudine per ricomporre la speranza. Il concetto cardine è che «solo salvando un altro si salva noi stessi». Ma cos’è che sincronizza le persone sul tempo dell’amore? «Sono i bambini a farlo. È l’idea della speranza, di quello che verrà dopo, della storia che c’è ancora da vivere. Come chi torna nella propria terra distrutta e tra le macerie vede ancora un futuro, così i miei personaggi vedono ancora vita».
Tanta ancora vita ci ricorda che, nonostante i lutti terribili e le guerre che sembrano sommergerci, esiste sempre una possibilità di riscatto attraverso l’altro. L’incontro tra Vita e Kostya dimostra che ogni figlio nato sulla terra è figlio di tutti noi e che la salvezza non è un atto solitario, ma un abbraccio collettivo che ci permette di restare umani anche sotto il peso della Storia con la S maiuscola.
Non è un romanzo che si legge con distacco. È un’esperienza che scuote, perché Viola Ardone ha la capacità rara di prendere la Storia con la S maiuscola — quella dei carri armati e dei confini violati — e ridurla a misura d’uomo, o meglio ancora, a misura di bambino. In un mondo che sembra andare in pezzi, Ardone ricorda che siamo tutti «un unico fronte interno» e che, finché ci sarà qualcuno da salvare, ci sarà sempre tanta ancora vita. Tanto che quando il padre di Kostya è dato per disperso, Irina torna nel suo Paese a cercarlo e, d’impulso, Vita decide di raggiungerla, per aiutarla. Perché tentare di salvare un altro, del resto, è l’unico modo per salvare noi stessi.
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