L'ANALISI
14 Gennaio 2026 - 05:25
CREMONA - «Non so come si fa il padre, ma ogni tanto quando lo guardo dormire mi viene la voglia di imparare, perché prima non ce l’avevo», riflette, finalmente consapevole Giobatta Coppola, Giò per tutti, 50enne che per lavoro legge in tv previsioni del tempo spesso poco affidabili e che si ritrova a dover convivere dalla sera alla mattina con un figlio, Duccio, catapultato a tempo pieno nella sua esistenza da single con una vita sentimentale che assomiglia a una giostra.
«È un uomo che arriva un po’ impreparato alla genitorialità, all’adultità in generale» spiega lo scrittore Lorenzo Marone che gli ha dato vita. «È uno che ha difficoltà a caricarsi di responsabilità, anche di prendere decisioni, uno che dopo la separazione ha molto delegato e quindi si ritrova di punto in bianco a dover imparare o comunque reimparare il mestiere del genitore».
Marone è scrittore tradotto in 24 Paesi e il suo ‘La tentazione di essere felici’ ha ispirato il film ‘La tenerezza’ di Gianni Amelio.
LEGGEREZZA E IRONIA
La presa di consapevolezza di Giò è narrata con leggerezza e ironia nel romanzo ‘Ti telefono stasera’, del quale parla nella videointervista online da oggi. Esistono frasi che pronunciamo ogni giorno senza dar loro peso, finché un giorno non si trasformano in uno specchio.
Per molti padri separati, ‘Ti telefono stasera’ è esattamente questo: un rito di passaggio, un ponte lanciato verso un figlio, ma anche il simbolo di una distanza che si cerca di colmare. Marone prende questa espressione quotidiana e la trasforma nel cuore pulsante di una storia che è, allo stesso tempo, un inno all’imperfezione e un manuale di sopravvivenza emotiva per la generazione dei cinquantenni.
Giò è l’emblema di una generazione arrivata «in ritardo su tutto». Vive una vita sentimentale frenetica, un equilibrio da Peter Pan che lo tiene al riparo dalle responsabilità più profonde. Tuttavia, il destino ha altri programmi.
GENITORE MINIMALISTA
Quando la sua ex moglie deve trasferirsi all’estero per un anno per motivi di lavoro, Giò si ritrova catapultato in una realtà inedita: la gestione h24 di suo figlio Duccio, nove anni. Non è più il tempo del padre della domenica; è il tempo dei risvegli caotici, dei compiti di matematica impossibili e dei pranzi improvvisati. La sua fino ad allora è stata una genitorialità minimalista, fatta di deleghe e decisioni rimandate. Ma l’arrivo di Duccio nella quotidianità lo obbliga a rivedere priorità e piani.
In questo percorso, emerge un paradosso tenero e ironico: spesso è il figlio, molto più centrato e saggio del genitore, a educare il padre.
Marone descrive questo rapporto come una costruzione lenta, che passa attraverso i piccoli gesti quotidiani. Cucinare insieme o preparare la tavola, giocare, non sono solo incombenze, ma momenti fondamentali di intimità che creano radici forti. È nel fare le faccende l’uno accanto all’altro che si costruisce l’identità del bambino e, inaspettatamente, anche quella dell’uomo.
Fortunatamente per lui, non è solo, ha una rete di protezione intorno: Paco Meraviglia e la sua tribù famigliare. È circondato da personaggi da commedia agrodolce: una madre pronta a dispensare consigli non richiesti, e una sorella, Lulù, che ha trasformato la propria casa in un rifugio per matrimoni falliti e gatti amanti dei talent show. La figura centrale è senz’altro Paco Meraviglia.
Ispirato a un amico reale dell’autore, Paco è un sognatore incorreggibile, un uomo che nonostante le difficoltà della separazione conserva entusiasmo per la vita e l’amore. Il suo mantra – «anche noi padri facciamo cose straordinarie» – funge da bussola per Giò, ricordandogli che l’ottimismo è una scelta necessaria per accendere ancora la scintilla, anche quando la stanchezza dei cinquant’anni si fa sentire. «Una persona che si meraviglia, da lì anche il nome, per tutto, è uno che ancora si si ferma a guardare le coppie su una panchina, insomma, un grande romantico», spiega sorridendo Marone.
Il senso profondo del libro risiede nella capacità di accettare le proprie fragilità. Marone definisce il romanzo come un «inno all’imperfezione».
GODERE l'ATTIMO
In un mondo che esige genitori perfetti e performance impeccabili, Giò insegna che sentirsi inadeguati è normale, anzi, è il primo passo per rimettersi in gioco. Marone attinge a piene mani dalla propria esperienza personale, rendendo il romanzo quasi autobiografico: molti dei giochi e dei dialoghi tra Giò e Duccio sono frammenti di vita vissuta tra lui, padre separato, e suo figlio Riccardo.
In un panorama editoriale spesso focalizzato sul dramma della separazione, Marone sceglie la via della delicatezza e dell’ironia. Non racconta la fine di un amore, ma l’inizio di una nuova forma di famiglia: una casa che cambia forma non smette di essere un rifugio. È un libro che invita a fermare il tempo, a godersi quei pomeriggi che nessuno racconterà mai ma che restano incisi nella memoria come istanti di pura felicità.
Per Giò, e per tutti i lettori, il messaggio è chiaro: la genitorialità è un potere enorme che condiziona una vita intera, e seminare affetto, pur tra mille errori, è l’unica avventura che valga davvero la pena di essere vissuta. ‘Ti telefono stasera’ è assai più di un romanzo, è anche un invito a guardare senza paure e con tenerezza al proprio bambino interiore e a scoprire che, a cinquant’anni come a nove, il domani deve ancora venire, ma l’oggi è tutto quello che abbiamo. E soprattutto è un viaggio dedicato «a quel bambino degli anni Settanta che avrebbe meritato un’infanzia migliore».
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