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CORONAVIRUS, IL MEDICO A PROCESSO: IL VIDEO

Mosca nell’intercettazione: «Siate sinceri con chi indaga»

E nella terza udienza in Corte d’Assise i testimoni del Pm «aiutano» la difesa: «Corretto, bravo e onesto»

Francesca Morandi

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fmorandi@laprovinciacr.it

22 Febbraio 2022 - 09:05

BRESCIA - Un medico «decisionista», Carlo Mosca, «più tagliato per l’emergenza». Così decisionista, che «gli dicevo sempre: ‘Tu sei un chirurgo o un anestesista mancato’», fa mettere a verbale la collega Sabina Pezzocchi. Ed è grazie al suo essere decisionista che nella prima ondata pandemica, Mosca — primario facente funzioni del Pronto soccorso dell’ospedale Montichiari (Brescia) — intubò un paziente contro il parere di un rianimatore. E lo salvò. È possibile, come sostiene l’accusa, che tra il 20 e il 23 marzo di due anni fa — il mese drammatico con gli ospedali in forte stress e con i medici che brancolavano nel buio — Mosca abbia intenzionalmente ucciso tre pazienti gravissimiNatale Bassi, 61 anni, di Ghedi, Angelo Paletti, 79 di Calvisano, ed Ernesto Nicolosi, 80enne di Carpenedolo — somministrando loro farmaci letali se non associati alla intubazione? I farmaci: il Midarine (Succinilcolina) che paralizza i muscoli respiratori, e il Propofol, potente ipnotico, «provocando una penosa morte per soffocamento».

ACCUSA PESANTISSIMA

Dal 25 gennaio del 2021, Mosca, 47 anni, natali a Persico Dosimo, è agli arresti domiciliari nella casa di Mantova con un’accusa pesantissima: pluriomicidio volontario. Ma anche ieri, terza udienza davanti alla Corte d’Assise di Brescia presieduta da Roberto Spanò, con le loro dichiarazioni, i testimoni del Pm hanno quasi dato una mano più alla difesa che all’accusa. Personaggio chiave di tutta questa vicenda è Michele Bonettini, infermiere che due anni fa in corsia mise in giro la chiacchiera che Mosca uccidesse i pazienti. Aveva dei sospetti su 5 morti. Ne parlò con il collega Massimo Rigo, anche lui sospettoso. Gli unici sospettosi. Bonettini ne parlò con un carabiniere, il quale gli suggerì di raccogliere prove. Lui raccolse «le chiacchiere» dei colleghi che in aula lo hanno però smentito, facendo emergere un clima di veleno tra infermieri. E scattò la fotografia ad un cestino — senza il tappo — con dentro delle fiale. L’altro cestino aveva invece il tappo. Particolare non trascurabile per il presidente Spanò.

Uno scorcio dell’aula di Corte d’Assise di Brescia dove si sta svolgendo il processo a carico del medico cremonese Carlo Mosca

LE 'PROVE'

Bonettini ritenne di avere raccolto le «prove», poi, però, non se la sentì di fare un esposto contro il primario Mosca. Si tirò indietro, mandò avanti Rigo che il 23 aprile si presentò alla caserma dei carabinieri di Castiglione delle Stiviere (Mantova). Come ha spiegato il maresciallo del Nas, Cesare Marchini, «nelle prime settimane abbiamo fatto indagini generiche per non creare sospetti al Pronto soccorso, ambiente in cui tutti si conoscono e Mosca era il capo. Abbiamo acquisito le cartelle cliniche di tutti i pazienti morti nel marzo del 2020 non solo nell’ospedale di Montichiari, dove in quel mese erano morti 5 pazienti, ma negli altri ospedali dell’Asst del Garda». Vennero sentiti medici e infermieri con la raccomandazione di stare zitti: c’era il segreto istruttorio. Un escamotage. Perché dal 27 maggio furono messi sotto controllo i telefonini «di un buon numero di medici e di infermieri, compreso quello di Mosca». Qualcuno con Mosca parlò. Il 30 maggio gli parlò l’infermiera Silvia. E lui le disse: «Loro (il Nas) fanno il loro lavoro. Basta essere sinceri». Gli parlò Luisa Carminati, medico del Pronto soccorso. «A Mosca dissi che c’era una voce partita dal Gruppo infermieri. Non ricordo se feci il nome di Bonettini. Gli disse che sulla chat degli infermieri c’era una fotografia di un cestino con le fiale. Mosca mi disse: ‘Chi mi vuole male?’ Ricordo che in quel periodo gli infermieri si lamentavano per i turni. Questa situazione creava stress a tutti».


In quei giorni durissimi, con il Pronto soccorso che si riempiva di pazienti Covid, pazienti che «potevano precipitare da un momento all’altro», Mosca «si attivò per aprire la mensa e mettere altri letti. Lavorava tanto, ha dato tutto quello che poteva dare. Si era anche preso una camera in un B&B», racconta la collega Pizzocchi. Ed ancora, Mosca «per me un bravissimo medico , io ho una grande stima», afferma Monia, operatrice socio sanitaria che del primario dice: «È sempre stato corretto, bravo, onesto, umile, rispettoso». La mattina del 20 marzo, lei era nella sala emergenza. Qui, venne trasferito Bassi, ricoverato la sera prima in condizioni molto gravi. Secondo l’accusa, la mattina nella sala emergenza Mosca disse a tutti di allontanarsi. E a qualcuno di andare a prendere la succinilcolina. «Ricordo che quel mattino c’era un caos allucinante — spiega Monia —. Pazienti dappertutto, una situazione drammatica, veramente pesante, critica. Noi operatori ci muoviamo. Sono tornata in sala emergenza, c’era il signor Bassi. C’era dentro gente, sicuramente Mosca. Facevamo fatica a riconoscerci tra di noi. Mi è stato detto di uscire dalla stanza, sicuramente me lo ha detto Mosca».

Carlo Mosca nell’aula della Corte d’Assise di Brescia con uno dei suoi legali, l’avvocata Elena Frigo

LA SUCCINILCOLINA

Sino a quella mattina, Monia non aveva mai sentito nominare la succinilcolina. «Ritengo che l’abbia nominata Mosca. Ne parlai poi a casa con il mio compagno che è infermiere e mi spiegò che era un farmaco impiegato in determinate circostanze». «Certo che l’ho chiesta io la succinilcolina - spiega il primario in una pausa del processo—. Ma io pensavo che Bassi fosse entrato la mattina. Invece era lì dalla sera, gli avevano già dato la morfina e non era candidato all’intubazione. Tant’è che quando l’ho saputo, nessuno è andato a prendere la succinilcolina». L’autopsia non ha rilevato tracce del farmaco. In aula si tornerà il 14 marzo.

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