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Stefano Allegri: Masterplan 3C, la sua attuazione una priorità assoluta

Intervista del direttore Marco Bencivenga al presidente di Confindustria Cremona

Andrea Gandolfi

Email:

agandolfi@laprovinciacr.it

14 Settembre 2021 - 22:30

CREMONA - Stefano Allegri, da giugno presidente di Confindustria Cremona, è stato il protagonista del forum tenuto ieri presso la redazione del quotidiano La Provincia. Un’occasione speciale per fare il punto sulle priorità del suo mandato quadriennale e sulle ‘ricette’ per lo sviluppo del territorio. Tanti i temi trattati dal presidente Allegri, sollecitato dal direttore Marco Bencivenga.

«Lo studio commissionato al Gruppo Ambrosetti sotto la presidenza di Francesco Buzzella ha individuato i gap del territorio che devono essere colmati in una prospettiva di sviluppo, a partire dal nodo strategico delle infrastrutture viabilistiche, la cui inadeguatezza costa al territorio 160 milioni di prodotto interno lordo all’anno. Oggi la concreta attuazione del Masterplan, del quale abbiamo parlato con tutti gli stakeholder, costituisce una priorità assoluta. L’amministrazione provinciale è chiamata ad accelerare la fase di implementazione, oggetto in passato di rallentamenti a fronte di una serie di osservazioni sulle modalità di governance. Le abbiamo affrontate e risolte. Oggi c’è assoluta unanimità di vedute, dunque il progetto deve partire anche dal punto di vista formale. In termini sostanziali è già partito: c’è stata una serie di incontri, i progetti sono già ‘sul tavolo’. Ma anche la veste formale, e per qualche aspetto istituzionale, ha la sua importanza. E le cose si devono fare».


IL PROVINCIALISMO. «La libertà d’impresa richiede che ognuno cerchi la soluzione più conveniente e utile ovunque si trovi. Può esserci una certa visione provinciale, in base alla quale si tende a guardare lontano per avere ciò che non manca neppure ‘sotto casa’. Tuttavia il nostro mondo vive di regole economiche: dunque se un prodotto o un servizio sono convenienti, di qualità e più vicini, è probabile che vengano preferiti. Sarebbe un vantaggio per tutti; anche se non si può dimenticare che per molte ragioni un’azienda è fortemente legata ai suoi fornitori storici. Piuttosto, può però accadere che realtà territoriali assolutamente valide - e magari più votate a rapporti nazionali o internazionali - qui non siano abbastanza conosciute. Come Confindustria provinciale e nazionale siamo impegnati a cercare di rendere più ‘visibili’ le imprese associate».



IL SINDACATO. «Ho già fatto un incontro con le principali sigle sindacali e si è parlato soprattutto di Green pass, dell’importanza del vaccino e di spingere insieme - facendo sentire la nostra voce unita - per l’obbligatorietà del vaccino, nel caso in cui il Governo non arrivi a questa determinazione. Industriali e sindacati hanno - sia in ambito nazionale che a livello locale - i loro obiettivi, che in realtà spesso coincidono, specie in un momento di difficoltà come questo. Quando si riescono ad affrontare le questioni lasciando da parte certa demagogia e puntando invece sulla concretezza, i risultati sono buoni ed utili. Da questo punto di vista, credo si possa parlare di un livello di coesione soddisfacente. Stiamo pensando a progetti comuni di formazione ed istruzione. A conferma del fatto che gli industriali per primi hanno interesse alla salvaguardia dell’occupazione, e dell’occupazione qualificata in particolare. La nostra attenzione non è concentrata tanto sulla garanzia di ‘quel’ posto di lavoro, ma del lavoro e quindi concretamente della persona e della sue necessità. Questo per dire che si può perdere un lavoro, ma deve esserci la possibilità di riqualificarsi e trovarne un altro. A proposito di formazione, ci tengo a ricordare che si sta concretizzando il nostro progetto della Fondazione Next Generation, tutta dedicata alle nuove generazioni».

IL MISMATCHING. «Anche nella nostra provincia si avverte con particolare forza il problema del mismatching, dello scollamento tra domanda ed offerta di lavoro. Alle imprese manca il personale che serve. Ciò investe direttamente gli ambiti della formazione, dell’istruzione e della competenza. Tutte partite sulle quali possiamo solo trovare un terreno comune di sviluppo con le organizzazioni sindacali».

IL NODO SUSSIDI. «Non è solo questione di formazione. In Italia sono particolarmente sviluppate le politiche passive del lavoro: vale a dire, l’erogazione - sacrosanta - di un sostegno a chi perde il lavoro. Però a volte si fa la guerra alla ricchezza anziché alla povertà. Combattere la povertà solo con un sussidio che abbassa il livello delle aspettative e della capacità di spesa al minimo indispensabile, costa, non genera valore nè capacità di crescita dell’economia, aiuta ma non risolve davvero il problema. Le cose cambiano se alle politiche passive vengono affiancate politiche attive degne di questo nome: dunque anche l’assegno di ricollocamento (che deve essere impiegato), formazione, proposte concrete e certificate di lavoro, un reale ed efficiente incrocio fra domanda e offerta, la collaborazione tra pubblico e privato».

GLI ITS, RICETTA VINCENTE. «Nel campo della formazione e della politica attiva, gli Its - Istituti tecnici superiori, che di fatto sono corsi post diploma - rappresentano l’esempio di un progetto perfettamente riuscito; pubblico e privato (una fondazione alla quale partecipano le aziende) lavorano insieme e sono in grado di creare un percorso di formazione specifica destinata a tecnici qualificati, che troveranno subito un posto di lavoro. In provincia ne abbiamo due, che si occupano di meccatronica e cosmesi. Se però l’Its rappresentasse un obiettivo troppo elevato - bisogna comunque aver conseguito il diploma - nulla vieta di puntare su corsi di formazione tecnici di base, altrettanto utili: a tutte le imprese servono manutentori o mulettisti, a prescindere dal loro campo di attività. Ma - lo ripeto - la vera risposta sta nelle politiche attive del lavoro: che in Italia possono contare su uno stanziamento di 7,4 miliardi, mentre in Francia sono 18 e in Germania 23. Mi sembra però che su questo fronte in Germania le cose funzionino un po’ meglio. E noi dobbiamo seguire quella strada».

LA COMUNICAZIONE. «Il problema principale in ogni azienda è quello della comunicazione interna: è un tema che dobbiamo affrontare ogni giorno, anche da un punto di vista più generale: con la consapevolezza che non basta ‘dire’ le cose, bisogna anche farlo in modo corretto, adeguato, fondato. Sicuramente il nostro territorio deve imparare a comunicare, a raccontarsi, di più e meglio. Del resto, questo è anche uno dei temi del Masterplan. Il primo step che abbiamo in mente è proprio quello di creare un modello di comunicazione del nostro territorio. E magari anche i media dovrebbero aiutarci dando più spazio alle buone notizie, a raccontare le cose positive e che funzionano».

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