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Il Nobel per la pace 2003 si racconta e parla dell’amore

La mia lotta per un Iran libero

Gigi Romani

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01 Giugno 2016 - 15:33

La mia lotta per un Iran libero

Non smette mai di raccontare la bellezza del suo Iran, neppure mentre ricorda le tante volte in cui i suoi diritti di cittadina e donna sono stati negati: Shirin Ebadi, prima iraniana a essere diventata magistrato nel suo Paese e prima musulmana a ricevere il premio Nobel per la Pace nel 2003, ha la forza di una combattente e lo dimostra con pacatezza e determinazione nel suo libro ‘Finché non saremo liberi’. Un ritratto sincero, nel quale l’autrice mette a nudo se stessa e la sua patria violentata e repressa dal regime che lei, con un’intelligenza vivace e un insopprimibile desiderio di giustizia, ha la forza di sfidare a viso aperto. Svela nei dettagli la sua storia, con un linguaggio che coinvolge il lettore perché appare semplice, acuto e intenso, con tanti riferimenti non soltanto al lavoro svolto sul campo come avvocato (il governo le ha tolto la possibilità di fare il giudice) per difendere i diritti umani, ma anche alla sua vita privata. Un marito e due figlie che il «nemico» usa come arma di ricatto, una serenità familiare continuamente messa alla prova dalle minacce, la paura di essere uccisa, rapita o torturata: nonostante tutto questo, Ebadi non ha mai abdicato alla missione di rendere l’Iran un Paese democratico, più equo e meno dogmatico, ma soprattutto un luogo degno di quella parte di popolazione (la maggioranza) che anela al cambiamento ormai non più procrastinabile.

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