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31 ottobre 1953

Storia del nostro cimitero e di vecchie usanze

Le corone metalliche

Annalisa Araldi

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aaraldi@publia.it

31 Ottobre 2020 - 07:00

Storia del nostro cimitero e di vecchie usanze

Quando, cinque o sei lustri fa, si era nell'imminenza del giorno dei Morti, alcuni negozianti esponevano quelle brutte corone di fiori metallici che allora dovevano piacere assai, ma che il gusto moderno ha ripudiato. Alcune di queste corone avevano dimensioni gigantesche, proprio come quelle delle ghirlande di fiori freschi in uso per i funerali; altre, invece, erano di proporzioni assai più modeste ed erano per i meno abbienti.

In queste botteghe (press'a poco le stesse specializzale oggi nella vendita dei feretri, che in altri tempi, invece, venivano di volta in volta ed espressamente costruiti dai falegnami) oltre alle corone si vendevano anche i contorni per le fosse comuni e delle specie di vetrinette a forma ovale sormontate da una crocetta dorata, nella quale era custodita una corona metallica. Appena posti in opera, quei contorni di lamiera verniciata in nero e quelle vetrinette facevano un certo effetto sulle tombe; ma le prime nebbie di novembre, e le successive precipitazioni invernali, erano sufficienti per farle coprire di ruggine; e già nella primavera successiva anziché ornarle, deturpavano le tombe. Chi poteva, provvedeva ogni tanto a rinnovare quegli ornamenti; gli altri aspettavano le feste di novembre per rinfrescarli con un po' di vernice e di porporina.

Il nostro cimitero, risale al 1808, all'epoca, cioè, in cui Napoleone ordinò che si cessasse la sepoltura nelle chiese e si disponesse un camposanto cittadino con campi comuni per tutti. Già da alcuni anni, ormai, le «camere mortuarie» sottostanti ai porticati della chiesa del Foppone erano state sigillate. Quando, all'inizio del 1700, un medico volle costruirle, sembrarono il non plus ultra della pietà e dell'igiene, tanto che al nome di quel sanitario venne murata una lapide ancor oggi esistente. Ad ogni funerale, una grossa pietra veniva sollevata e il morto veniva «deposto» (per usare un eufemismo...) addosso a centinaia di altre salme accatastate. Ma un giorno due necrofori che avevano osato calarsi in quell'orrore per mettervi un po' d'ordine, morirono asfissiati. E quelle celle vennero chiuse per sempre.

Soltanto intorno al 1830 l'architetto Voghera cominciò a costruire le prime cappelle gentilizie e il primo androne, utilizzato dal 1870 circa. Le cappelle, invece, vennero usate prima: e vi si possono leggere ancora alcune lapidi, ormai stinte e corrose, che risalgono intorno al 1840. I campi di tumuli, invece, sono di molto posteriori: le prime lapidi risalgono al 1890.

Il camposanto quanto venne costruito non era (caso forse unico per una città capoluogo di provincia) in territorio comunale cremonese. Non solo, ma un funerale, sino al 1876, doveva attraversare ben tre comuni: il nostro, quello dei Corpi Santi, rappresentato da quella fascia di territorio corrispondente press'a poco alle attuali strade di circonvallazione e, infine, quello di Duemiglia, dove era il cimitero. Soltanto nel 1919, con l’assorbimento del Duemiglia nel comune di Cremona, questa anomalia ebbe fine.

Oggi, lungo il viale Trento e Trieste, nelle giornate dei Morti vi sono alcuni banchetti di venditori ambulanti; in altri tempi, allineati sul viale dei Platani (si chiamava così per un duplice filare di splendidi alberi, abbattuti, non si sa per quale ragione, nel 1914) si stendevano banchetti a centinaia, proprio come nella fiera di San Pietro. Vicino a i cancelli del passaggio a livello, che ostacolavano tanto il flusso dei visitatori, vi erano i carrettini dei fruttivendoli, i quali preparavano le «bruciate»: su forni portatili pieni di legna dolce che faceva alzare fiamme vivide, collocavano le castagne, che erano ritenute pronte quando la buccia esterna era completamente distrutta e il frutto appariva a sua volta bruciacchiato.

Oggi, anche nei campi comuni, sono in uso piccoli monumenti di marmo. L'usanza è stata consacrata da una disposizione municipale che risale a una trentina di anni fa, con la quale era anche vietato l'uso dei contorni e delle corone metalliche che non solo, come si è detto, erano indecorose, ma potevano costituire un pericoloso veicolo per le infezioni tetaniche.

In quell'anno, da tutte le lapidi dei colombai gli ornamenti metallici vennero tolti d'autorità: e da allora venne anche vietato di collocarvi corone o angoli di fiori freschi, limitando il consenso ai semplici mazzi disposti negli appositi vasetti. Press'a poco di quell'epoca è un'altra innovazione: la proibizione dell'uso delle candele votive e la loro surrogazione con lampadine elettriche.

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