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IL COMMENTO AL VANGELO

Il paradosso della Settimana Santa: tra gioia e dramma

A Gerusalemme, la Passione di Cristo racconta la contraddizione tra il fervore umano e il volere divino, mostrando come la storia sia guidata da un disegno più grande

Don Paolo Arienti

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29 Marzo 2026 - 05:05

Il paradosso della Settimana Santa: tra gioia e dramma

Dal Vangelo secondo Matteo
Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito troverete un’asina, legata, e con essa un puledro. Slegateli e conduceteli da me. E se qualcuno vi dirà qualcosa, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà indietro subito”». Ora questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Dite alla figlia di Sion: “Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma”».
I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: condussero l’asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada. La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!».
Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva: «Chi è costui?». E la folla rispondeva: «Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea».
(Mt 21,1-11)

Quest’anno a Gerusalemme verranno sospese diverse celebrazioni. Una calma irreale, dettata dalla prudenza, figlia della paura, perché ancora una volta il mostro bellico incombe. Quasi l’opposto di quanto viene celebrato nella domenica delle Palme: entusiasmo, gente che grida, tappeti e mantelli stesi e gli immancabili rami di ulivo e di palma. Il mondo, quello vero, è fatto proprio così: nella biografia di ciascuno, ma anche dei popoli e delle società si passa dalla gioia al dramma, dentro un vortice di cambiamenti e strattoni che spesso ci sconvolgono. Tutti abbiamo presente la scena che inaugura la Settimana Santa: un asino come umile cavalcatura e un’accoglienza degna di un re. Ma l’entusiasmo si svolgerà quasi subito al sospetto, alla corruzione della verità, al rimpianto per sicurezze troppo scontate. Appena dopo l’ingresso trionfale inizieranno i guai definitivi per Gesù: lo racconta drammaticamente l’intero capitolo 21 di Matteo che mette in scena lo scontro sul tempio, la polemica sull’identità messianica di Gesù, la parabola dei due figli… nella cornice di un andirivieni di Gesù dentro e fuori dal tempio, quella grande struttura che Gesù dovrà contestare radicalmente per giungere alla croce e al suo senso più profondo. Gerusalemme, la città della pace, sarà per lui il palcoscenico dell’ultimo atto drammatico: quello che rileggeremo anche venerdì prossimo nella versione giovannea.

La passione di Cristo, il cuore pulsante della fede cristiana, assomma due direttrici palesemente opposte. Da un lato Gesù è vittima di un sistema ingiusto, schiacciato e messo in un angolo da intrighi di potere e capi che sobillano il popolo, nonché da una non certo insolita alleanza tra autorità politica e interessi religiosi. Dall’altro la regia definitiva degli eventi non è affidata al prepotente di turno: è semmai Gesù ad essere il vero protagonista, attivo e non solo vittima, della passione. Prima di entrare in Gerusalemme è lui che predispone la cavalcatura, dà ordini precisi ai discepoli; e a ridosso della cena è sempre lui che fornisce le indicazioni per la Pasqua, sino alle terribili parole consegnate a Giuda nel cenacolo. Una grande e potente finezza letteraria con lui i Vangeli ci ricordano che in questione non c’è solo la giustizia umana, con i suoi corsi e ricorsi, ma molto di più: c’è in ballo il volere di Dio, la sua azione salvifica, che si immerge nelle cause umane, abita la storia, si muove come un personaggio tra i tanti, ma possiede l’esclusiva del senso e dello scopo. Ed è con questo doppio registro davanti agli occhi che si entra nella Settimana Santa. Non diversamente, non con altri sguardi che risulterebbero troppo miopi.

LA VERA REGOLA DELLA STORIA

Nella fede i Vangeli insegnano che la storia è sempre quella di Dio e che quest’ultimo non afferma la sua potenza e la sua signoria utilizzando gli stessi criteri mondani, magari decuplicati. Tutt’altro: la sovranità di Dio sugli eventi, che Gesù incarna negli episodi drammatici delle ultime ore in città, è paradossale, capace di uscire dalla logica umana del più e del meno, del forte e del debole, del vincitore e dello sconfitto, per giocare altre carte. Apice di questa impostazione sarà la croce: quel gesto di totale remissione, quello spirare l’ultimo respiro in segno di resa alla violenza… sarà in realtà il dono dello Spirito, la fuoriuscita dal tempio di pietra, il terremoto che scoperchierà i poteri mondani. Chi di noi vorrà e potrà attraversare i giorni della passione, sarà come stordito dalla sovrapposizione continua di queste due dimensioni: si ritroverà ora affranto per il prevalere della corruzione, ora consolato perché verrà svelato il segreto dell’amore di Dio. E dovrà imparare che il Vangelo è soprattutto questo: notizia che le logiche umane non sono assolute né per forza vincenti; che c’è sempre una beatitudine ulteriore e un sovvertimento positivo delle certezze umane. Chiameremo tutto questo risurrezione, certo: un evento impensabile che rimetterà tutto in gioco. Ma sin da ora, sin dai primi passi in città Gesù ci assicura che Dio è all’opera e che le sue intenzioni non sono condizionate da altri poteri né sconfitti da quello che gli uomini pensano di poter operare.

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