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IL COMMENTO AL VANGELO

Lazzaro risorge: miracolo e speranza

L’episodio evangelico mette in luce il potere divino di riportare alla vita chi è perduto e di rinnovare la fede

Don Paolo Arienti

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redazioneweb@laprovinciacr.it

22 Marzo 2026 - 05:10

Lazzaro risorge: miracolo e speranza

In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

(Gv 11,1-45)

Tutto chiede salvezza

Siamo al terzo, clamoroso incontro di Gesù con altrettanti interlocutori: dopo la Samaritana e il cieco nato, tocca oggi a Lazzaro e alle sue sorelle, Marta e Maria. Ancora un raccolto molto complesso, articolato su più dimensioni, giocato su equivoci e incomprensioni, ma soprattutto orientato alla fede di chi incontra Gesù. Dopo l’acqua viva e la luce, oggi al centro c’è nientemeno che la vita: quella che Lazzaro riacquista, quella cui tende ciascuno di noi, sia nella sua versione laica, secolare, che in quella spirituale. Per chi sta praticando la Quaresima, intesa non solo come esperienza di essenzialità e rifiuto di certe schiavitù, ma soprattutto come itinerario battesimale, aperto alla conversione e alla novità dell’esistenza, oggi è offerta una tappa decisiva. Gesù ha il potere di ridare vita e, di più, trasformarla dalla sua destinazione solo mortale alla sua vocazione di esistenza pienamente illuminata dalla gioia. Non si tratta di un’opzione falsamente biologica, come il postumanesimo di certo Primo Mondo vorrebbe raggiungere (l’ultima frontiera da abbattere: la morte fisica!), ma la proposta di una pienezza che dà senso alla vita, la ricolloca in un orizzonte di pienezza.

Per il Vangelo il punto discriminante che rende viva la vita non dipende dalla ricchezza o dal potere, né dalla preservazione dal male o dalla fragilità. Tutti facciamo esperienza della precarietà della vita e, come si suol dire, anche i ricchi piangono. Nessuno è garantito, nessuno è immunizzato. Per il Vangelo la questione si imposta diversamente: come vedere e vivere il limite, la finitudine? A chi restituirla perché abbia un senso? Gesù nei confronti di Lazzaro, della sua malattia prima e della sua morte dopo, testimonia questa radicale possibilità: è possibile essere richiamati dal sepolcro, interrompere il processo che conduce inesorabilmente all’insignificanza. “Tutto chiede salvezza” non è solo un libro o una serie TV: è l’anelito e la domanda radicale di ogni forma di vita, di ogni esistenza che si ritrova a fare i conti con il tempo che passa e la qualità dell’esistere. Nel vangelo odierno pare addirittura che Gesù giochi sul tempo e faccia apposta ad arrivare tardi, perché – dice lui – si possa manifestare la gloria di Dio.

Una promessa di fedeltà

Ma quale gloria? La morte delle sue creature? Il pianto dei familiari di Lazzaro? La contestazione della bontà della vita davanti alle tante, troppe sciagure del mondo?

La gloria di Dio sta in una promessa: che questo ordine di cose è sì prezioso, ma anche fragile; è sì decisivo, ma anche provvisorio.

Dio salva: lo avevano sperimentato anche gli Ebrei nella rocambolesca vicenda dell’Esodo, su e giù per il deserto, tra difficoltà e tentazioni di ripensarci. Lo ha sperimentato il gruppo dei discepoli che seguiva Gesù. Lo possiamo sperimentare anche noi con l’affidamento alla fede.

Salvare nel linguaggio contemporaneo significa conservare, non dimenticare, rendere disponibile e mettere al sicuro: pensiamo ai files del computer o ai video e foto che, appunto, salviamo sui nostri telefonini.

Una promessa ancora più radicale è fatta nel mistero dell’amore di Dio a tutta la nostra vita: la nostra carne, ovvero le nostre limitazioni, la nostra storia, le nostre relazioni e quanto ci qualifica come persone, figli di Dio. Nulla andrà perduto, compreso il mondo, la natura, l’ambiente in cui viviamo e che ci qualifica, nel bene e nel male, come creature.

Lazzaro viene richiamato alla vita biologica perché Marta e Maria, le sorelle, e i lettori possano compiere un passo decisivo: porre la loro fiducia nella fedeltà di Dio, che non ha meso in scena la morte come personaggio tragico e folle, ma desidera la comunione, genera vita perché viviamo.

Qualcuno, dopo il grido imperativo di Gesù, sposta la pietra e sbenda la mummia: Lazzaro è liberato.

Così è la promessa che oggi viene celebrata: che dentro la mortalità è seminato un germe di vita fedele, che la pietra tombale non è l’ultima parola, che dai vincoli che ci legano alla paralisi del male possiamo essere liberati da un amore più grande.

Occorre prendere confidenza con la commozione di Gesù, il suo pianto solidale, la forza della sua voce.

Il prezzo da pagare, o meglio lo stupore cui aprirsi, è riconoscere che nulla inizia e finisce con noi e che tutto… richiede salvezza.


Siamo al terzo, clamoroso incontro di Gesù con altrettanti interlocutori: dopo la Samaritana e il cieco nato, tocca oggi a Lazzaro e alle sue sorelle, Marta e Maria. Ancora un raccolto molto complesso, articolato su più dimensioni, giocato su equivoci e incomprensioni, ma soprattutto orientato alla fede di chi incontra Gesù. Dopo l’acqua viva e la luce, oggi al centro c’è nientemeno che la vita: quella che Lazzaro riacquista, quella cui tende ciascuno di noi, sia nella sua versione laica, secolare, che in quella spirituale. Per chi sta praticando la Quaresima, intesa non solo come esperienza di essenzialità e rifiuto di certe schiavitù, ma soprattutto come itinerario battesimale, aperto alla conversione e alla novità dell’esistenza, oggi è offerta una tappa decisiva. Gesù ha il potere di ridare vita e, di più, trasformarla dalla sua destinazione solo mortale alla sua vocazione di esistenza pienamente illuminata dalla gioia. Non si tratta di un’opzione falsamente biologica, come il postumanesimo di certo Primo Mondo vorrebbe raggiungere (l’ultima frontiera da abbattere: la morte fisica!), ma la proposta di una pienezza che dà senso alla vita, la ricolloca in un orizzonte di pienezza.

Per il Vangelo il punto discriminante che rende viva la vita non dipende dalla ricchezza o dal potere, né dalla preservazione dal male o dalla fragilità. Tutti facciamo esperienza della precarietà della vita e, come si suol dire, anche i ricchi piangono. Nessuno è garantito, nessuno è immunizzato. Per il Vangelo la questione si imposta diversamente: come vedere e vivere il limite, la finitudine? A chi restituirla perché abbia un senso? Gesù nei confronti di Lazzaro, della sua malattia prima e della sua morte dopo, testimonia questa radicale possibilità: è possibile essere richiamati dal sepolcro, interrompere il processo che conduce inesorabilmente all’insignificanza. “Tutto chiede salvezza” non è solo un libro o una serie TV: è l’anelito e la domanda radicale di ogni forma di vita, di ogni esistenza che si ritrova a fare i conti con il tempo che passa e la qualità dell’esistere. Nel vangelo odierno pare addirittura che Gesù giochi sul tempo e faccia apposta ad arrivare tardi, perché – dice lui – si possa manifestare la gloria di Dio.

Una promessa di fedeltà

Ma quale gloria? La morte delle sue creature? Il pianto dei familiari di Lazzaro? La contestazione della bontà della vita davanti alle tante, troppe sciagure del mondo? La gloria di Dio sta in una promessa: che questo ordine di cose è sì prezioso, ma anche fragile; è sì decisivo, ma anche provvisorio. Dio salva: lo avevano sperimentato anche gli Ebrei nella rocambolesca vicenda dell’Esodo, su e giù per il deserto, tra difficoltà e tentazioni di ripensarci. Lo ha sperimentato il gruppo dei discepoli che seguiva Gesù. Lo possiamo sperimentare anche noi con l’affidamento alla fede. Salvare nel linguaggio contemporaneo significa conservare, non dimenticare, rendere disponibile e mettere al sicuro: pensiamo ai files del computer o ai video e foto che, appunto, salviamo sui nostri telefonini. Una promessa ancora più radicale è fatta nel mistero dell’amore di Dio a tutta la nostra vita: la nostra carne, ovvero le nostre limitazioni, la nostra storia, le nostre relazioni e quanto ci qualifica come persone, figli di Dio. Nulla andrà perduto, compreso il mondo, la natura, l’ambiente in cui viviamo e che ci qualifica, nel bene e nel male, come creature. Lazzaro viene richiamato alla vita biologica perché Marta e Maria, le sorelle, e i lettori possano compiere un passo decisivo: porre la loro fiducia nella fedeltà di Dio, che non ha meso in scena la morte come personaggio tragico e folle, ma desidera la comunione, genera vita perché viviamo. Qualcuno, dopo il grido imperativo di Gesù, sposta la pietra e sbenda la mummia: Lazzaro è liberato. Così è la promessa che oggi viene celebrata: che dentro la mortalità è seminato un germe di vita fedele, che la pietra tombale non è l’ultima parola, che dai vincoli che ci legano alla paralisi del male possiamo essere liberati da un amore più grande. Occorre prendere confidenza con la commozione di Gesù, il suo pianto solidale, la forza della sua voce. Il prezzo da pagare, o meglio lo stupore cui aprirsi, è riconoscere che nulla inizia e finisce con noi e che tutto… richiede salvezza.

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