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Dalla misura classica alla vertigine virtuosa: Inmo Yang e Sam Sahun Hong al Ponchielli

Un viaggio dal rigore mozartiano alla lirica brahmsiana e all'architettura beethoveniana, fino al virtuosismo paganiniano.

Giulio Solzi Gaboardi

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redazione@laprovinciacr.it

26 Marzo 2026 - 17:56

Dalla misura classica alla vertigine virtuosa: Inmo Yang e Sam Sahun Hong al Ponchielli

Il giovane violinista Inmo Yang

CREMONA - Venerdì alle 20,30 il teatro Ponchielli ospita il violinista Inmo Yang e il pianista Sam Sahun Hong. Due interpreti giovani, ma già pienamente inscritti nel circuito internazionale, chiamati a misurarsi con un repertorio che è, insieme, fondamento e vertigine.

Il programma è classico, in tutti i sensi, costruito come una progressione interna alla forma-sonata. Si apre con Wolfgang Amadeus Mozart, con la Sonata K 304: una scrittura che, nella sua apparente linearità, espone già la tensione tra voce e accompagnamento. È una pagina che spesso viene letta in chiave biografica, ma che musicalmente colpisce per la sua essenzialità: due soli movimenti, una scrittura spoglia, quasi esposta. Il violino non è ancora protagonista nel senso ottocentesco del termine. Si muove anzi entro un equilibrio instabile con il pianoforte. Il primo movimento lavora su una tensione trattenuta, mai risolta pienamente, mentre il secondo – un tempo di minuetto solo in apparenza – introduce una leggerezza che resta sempre incrinata.

pianista

Da lì si entra nella zona calda del Romanticismo con la Sonata n.2 op.100 di Johannes Brahms. È una delle pagine più liriche di Brahms, costruita su un continuo gioco di rimandi tematici: i motivi non si affermano, emergono. Il violino canta, ma è un canto che nasce dal tessuto pianistico, non si impone su di esso. Il secondo movimento, con la sua struttura ibrida tra Andante e Scherzo, è forse il cuore dell’opera: un luogo di oscillazione, dove la forma si piega a un’espressività mobile.

E poi la Primavera di Beethoven. Titolo che rischia sempre di tradire l’opera, riducendola a immagine, quando invece si tratta di una delle più sottili architetture beethoveniane, tutta giocata sul respiro interno delle frasi. Il primo movimento è costruito su un tema di apertura che sembra immediato, ma che in realtà regge un complesso lavoro di variazione. Il celebre Adagio molto espressivo sospende il tempo, mentre lo Scherzo introduce una dimensione più irregolare, quasi ironica. Il finale, apparentemente leggero, è in realtà un congedo costruito con grande controllo formale.

La chiusura è affidata a Niccolò Paganini. Ed è qui che il concerto cambia registro. Le Variazioni sul Mosè di Rossini non sono soltanto un banco di prova tecnico: sono il luogo in cui il virtuosismo diventa linguaggio privilegiato. Ogni variazione spinge il violino verso un limite diverso – tecnica dell’arco, intonazione, articolazione – fino a costruire una vera e propria drammaturgia del virtuosismo.

Inmo Yang arriva a questo appuntamento con un profilo già ben definito: vincitore del Concorso Paganini (2015) e del Jean Sibelius (2022), ha costruito una presenza che unisce precisione e immaginazione. Accanto a lui, Sam Sahun Hong non sarà un semplice appoggio, ma interprete attivo. Il senso di questo concerto sta nella possibilità di ascoltare un dialogo autentico dentro un repertorio che viene ridotto a sequenza di capolavori. Domani sera  quei capolavori tornano a essere forme aperte.

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