L'ANALISI
26 Marzo 2026 - 20:52
Una scena di Romeo e Giulietta di Stivalaccio Teatro
CREMONA - «Crediamo nello stupore, nell'artigianato, negli oggetti che si trasformano, nella parola che diventa corpo e nel corpo che parla. Evviva il riso, quello sano che evoca e abbatte i muri e ci permette di essere un poco naïf. Un teatro popolare e popolato di persone, di idee, di luci, di sguardi e di storie da raccontare». È bella questa confessione di fede che Stivalaccio Teatro porta nell’homepage della sua pagina Internet; è bella perché fa pensare al teatro, quello che sa parlare alla pancia, poi al cuore e su su fino alla mente. L’anno scorso Arlecchino muto per spaventi fu una gradevole sorpresa, la dimostrazione che la Commedia dell'Arte è un mondo teatrale che ancora ci parla: una pratica scenica che racconta il teatro italiano, la sua storia, ma anche il nostro presente. Stivalaccio Teatro torna ora al Ponchielli con un azzardo che precede Arlecchino muto per spaventi, Romeo e Giulietta da Shakespeare, letto attraverso la lente della Commedia all’improvviso. Ed in merito osserva Marco Zoppello, regista e uno dei fondatori della compagnia: «È uno spettacolo che ha ormai più di dieci anni — uno dei nostri primi lavori — e porta con sé una storia importante: è stato molto rappresentato, molto amato, ed è diventato quasi una nostra “costituzione”. Nasce come secondo capitolo della trilogia dei Comedianti, iniziata nel 2013 con Don Chisciotte e conclusa nel 2017 con Il malato immaginario. Tre tappe, tre grandi autori europei — Cervantes, Shakespeare, Molière — come se seguissimo il viaggio stesso dei comici dell’arte nel continente».
Come sempre un teatro il testo è un pretesto, spiega il regista: «Il nostro punto di partenza non è tanto il testo in sé, quanto i personaggi: noi interpretiamo comici dell’arte realmente esistiti, ricostruiti attraverso il lavoro ottocentesco di Luigi Rasi. Nelle biografie di Pasquati e Salimbeni — che io ed Michele Mori portiamo in scena — si racconta di una serata veneziana in cui recitarono per Enrico III di Valois, mentre il futuro re si concedeva anche i piaceri della compagnia di Veronica Franco. Da questo cortocircuito nasce l’idea: raccontare la più grande storia d’amore di sempre dentro una notte di teatro e desiderio. Certo, ci prendiamo libertà: anticipiamo i tempi, mescoliamo le carte. Siamo guitti, non storici. Ma proprio da qui nasce il gioco, anche ironico, di affidare a una cortigiana il ruolo della giovane e illibata Giulietta. È una scintilla drammaturgica potentissima». Tutto questo viene letto attraverso la prospettiva della Commedia dell’Arte e così Romeo e Giulietta «Diventa una porta aperta. La cornice narrativa ci permette di inserire altre “finestre” su Shakespeare: non solo Romeo e Giulietta, ma echi da Il mercante di Venezia, La tempesta, Sogno di una notte di mezza estate. Un po’ come facevano i comici con i loro zibaldoni, pieni di monologhi e lazzi da riutilizzare. E poi c’è l’improvvisazione, che è una chiave fondamentale. Non ne parliamo troppo, perché vogliamo che resti una sorpresa per il pubblico. Ma è lì che il teatro accade davvero».
L’aver scelto di frequentare e alimentare la Commedia dell’Arte in un tempo di seduzioni tecnologiche fa un certo effetto: «Ci sorprende sempre questa considerazione che ricorre spesso. Semmai ci stupisce il contrario: perché una forma teatrale così fondativa viene così spesso trascurata? La Commedia dell’Arte è all’origine di moltissimo teatro europeo — Molière è stato allievo di Tiberio Fiorilli — eppure in Italia è poco frequentata. La sua forza è proprio nella libertà: non esiste un testo fisso, ma canovacci. Questo ci permette di reinventare continuamente trame, dialoghi, ritmi, adattandoli al pubblico di oggi. E poi riportiamo in scena elementi che il pubblico riconosce come “veri”: la musica dal vivo, il canto, l’acrobatica, i duelli, l’assenza di microfoni. Qualche giorno fa una spettatrice mi ha detto: “Che bello vedere uno spettacolo senza microfoni”. Siamo talmente abituati a un teatro che imita la televisione che dimentichiamo cosa significhi affidarsi solo alla presenza dell’attore. E quando succede, il pubblico lo sente e ringrazia».
Nel segno della tradizione si pone anche lo sforzo che Stivalaccio Teatro fa nel tenere vivo un repertorio, Romeo e Giulietta è uno spettacolo che ha più di dieci anni, Arlecchino muto per spavento ha più stagioni alle spalle: «Oggi il sistema spinge verso un teatro “mordi e fuggi”: si produce molto, ma spesso senza sapere per chi. È un modello anche antieconomico, oltre che culturalmente fragile. Il nostro Romeo e Giulietta ha più di dieci anni e oltre 350 repliche. Scene e costumi sono gli stessi, naturalmente curati e restaurati. È il teatro di repertorio, quello che un tempo era normale. Oggi invece è raro: molte produzioni si fermano a poche recite. Noi crediamo che uno spettacolo debba vivere, maturare, crescere con il pubblico. Certo, non sempre è possibile — spettacoli complessi come Arlecchino muto hanno limiti pratici — ma l’idea resta: non buttare via, ma far durare».
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