Cerca

Eventi

Tutti gli appuntamenti

Eventi

LA RECENSIONE

Massini, Mein Kampf: quando le parole plasmano la storia

Un monologo disturbante che mostra come ambizioni ordinarie possano trasformarsi in violenza di massa. Applausi trionfali e commossi in un Ponchielli domenica sera tutto esaurito

Nicola Arrigoni

Email:

narrigoni@laprovinciacr.it

24 Marzo 2026 - 05:25

Massini, Mein Kampf: quando le parole plasmano la storia

Mein Kampf di e con Stefano Massini

CREMONA -  Un lungo, interminabile applauso ha sovrastato Stefano Massini in un Ponchielli tutto esaurito, domenica sera: un teatro che ha respirato con l’attore e con la biografia di quel giovane ventenne austriaco che, come tutti i suoi coetanei, sognava di cambiare il mondo e la storia. È questo “come tutti” che diventa scandaloso.

L’attore e scrittore appare piccolo, provato, dopo un’ora e venti minuti di potente e disturbante Mein Kampf, ovvero l’intenso monologo di come tutto iniziò da un libro e dal rogo di milioni di pagine. Dal libro Mein Kampf, scritto in una cella di Landsberg e pubblicato un secolo fa, parte tutto: da lì prende avvio la narrazione di Massini.

Stefano massini

A fare da prologo c’è l’incontro con Emil Erich Kästner, autore di libri per ragazzi, costretto dal regime ad assistere al rogo dei volumi sgraditi al nazionalsocialismo: «I nazisti, caro signore, erano un libro — dice Kästner —. Niente sarebbe stato com’è stato, milioni di morti sarebbero vivi e milioni di libri non sarebbero cenere, se un ragazzo di nome Adolf, chiuso in una cella a Landsberg, non avesse scritto quel libro. Crede lei che le parole siano solo inchiostro? Nossignore, sono fatti. Le parole sono sempre fatti. E non v’è cosa, fra gli esseri umani, che non prenda forma lì, insospettabilmente, dalle parole».

Kästner fornisce la chiave di lettura di ciò che accade dopo: la voce, le parole di Hitler, uomo atterrito dall’insignificanza.

In scena, una pedana bianca è la pagina su cui Hitler scrisse la sua battaglia per cambiare la storia. Su quella pagina Massini è un segno nero, è l’inchiostro che compone le parole e il racconto di un uomo qualunque, che viveva in un paesino dell’Austria ai confini con la Baviera e che sapeva una sola cosa: non voleva fare l’impiegato come il padre.

Massini presenta un Hitler prima del Führer: un giovane che, fra sogni di grandezza e frustrazioni sociali e familiari, cerca una propria centratura, come farebbero tanti suoi coetanei. Ed è questa “normalità” che atterrisce, su cui Massini punta il dito, così come su quel libro proibito, Mein Kampf, che contiene parole ancora pericolose. Parole che parlano di paura, della necessità di individuare un capro espiatorio alla propria rabbia, di una violenza da sfogare, di un senso di inferiorità che rode e consuma.

Massini

Massini è attore: è quel ventenne che vuole, intensamente, il proprio nome e cognome sui manifesti, sui giornali, sui volantini, scolpito nel marmo e negli annali della storia. Ci riuscirà — e a quale prezzo? Massini lo suggerisce nel diluvio di libri che piombano sulla pagina bianca, nel cappotto nero e nelle scarpe allineate — che sono dell’<strong;>ebreo, del nemico —, nella pioggia di cristalli della notte che diede avvio alla dittatura. Una dittatura che trasformò il sogno del ventenne in realtà condivisa da un popolo umiliato, animato da vendetta verso coloro che avevano messo in ginocchio la grande Germania.</strong;>

Tutto ciò è agito da Massini con una partitura fisico-verbale potente, precisa, chirurgica, che non lascia tempo di prendere respiro, che travolge tutto e tutti in questa rabbia che monta, nella paura che cresce, in un delirio narcisistico, diremmo.

Ma ciò che colpisce di Mein Kampf di Massini è l’assenza di giudizio, di retorica, di morale, se non nell’invito finale a ricordare. È come se l’attore e scrittore volesse porci davanti ai dati, ai fatti, alla banalità delle ambizioni strabordanti di un giovane austriaco cresciuto fra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, capace di intercettare il disagio del suo tempo.

Né più né meno fa Stefano Massini, con lucidità e impietosa volontà di andare fino in fondo: leggere, dire parole che rischiano di risuonare ancora nel nostro presente, che profumano di soluzioni facili a problemi complessi — in primis la guerra come soluzione dei conflitti. Tutto ciò oggi è cronaca, non storia.

Il pubblico del Ponchielli capisce, si commuove, risponde con entusiasmo a una serata di straordinaria potenza teatrale. Una serata in cui l’istituzione teatro dimostra di saper svolgere il proprio ruolo etico e politico, confermando come il cartellone “Classici” abbia finalmente indicato alla Fondazione la strada da seguire: rigore, coraggio nelle scelte, fiducia nel potere del teatro vero, il teatro d’arte che non intrattiene, ma suscita domande.

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su La Provincia

Caratteri rimanenti: 400