L'ANALISI
22 Marzo 2026 - 10:01
CREMONA - Hitler di Mein Kampf, Trump del monologo Donald ed ora Io, Vladimir, andato in onda su Nove qualche giorno fa. Minimo comun denominatore, Stefano Massini, che stasera (ore 20.30) sarà in scena al Ponchielli con Mein Kampf, monologo tratto e costruito sulle parole del libro di Hitler. Raggiunto in una giornata di spostamenti fra Roma e Cantù, fra tv e teatro, Massini puntualizza: «Tre personalità lontanissime, differenti: nessuna tentazione di fare facili parallelismi con il fondatore del nazionalsocialismo — osserva —. Il punto di partenza, o meglio di interesse, è un altro: il potere».
Ovvero?
«Lo sforzo di mettere in luce i meccanismi che sottostanno al potere. Per questo i miei lavori sono tappe di una riflessione legata al potere e alla sua determinazione, alle sue dinamiche. Penso a Lehman Trilogy, dedicato alla nascita e allo sviluppo del potere finanziario. Ma anche se prendo in esame Donna non rieducabile, testo dedicato all’uccisione di Anna Politkovskaja di vent’anni fa, è ancora il potere esercitato sulla libertà di informazione a muovere il racconto e il mio interesse di autore e cittadino».
E ora, dopo vent’anni, è di nuovo tornato a Putin, mentre in teatro porta Mein Kampf e dopo aver debuttato al Piccolo Teatro con Donald. Tutto si tiene, sembra di poter dire.
«Il potere e i suoi meccanismi sono il fulcro di questa mia narrazione, e lo sono a maggior ragione in Mein Kampf, che mostra un Hitler che deve ancora assurgere al cancellierato, un uomo assetato di potere. Mein Kampf racconta come costruire l’ascesa al potere, come conquistare le masse; documenta la capacità di gestire l’innamoramento collettivo».

E come?
«Guardando a un’ideale età dell’oro che le condizioni contingenti, spesso imputabili ad agenti esterni, hanno distrutto. La supremazia germanica per Hitler; per Trump, gli anni Ottanta del secolo scorso, che rappresentano il tempo della Grande America; forse, per Putin, il mito della grande Russia, zarista e sovietica. Per costruire la propria ascesa, oltre al riferimento a un’età mitica cui si anela, bisogna puntare sul senso di frustrazione delle masse. Ecco allora che la forza di Hitler — ma così vorrebbero anche Putin e Trump — è quella di offrirsi come l’uomo giusto, l’uomo della provvidenza, chiamato a recuperare l’antico splendore, la ricchezza e la potenza perdute».
A questo punto nessuno è incolpevole, se ci si innamora di un’idea di benessere e di un’età dell’oro che appartiene più al mondo dei sogni, affidando il proprio desiderio a un uomo forte…
«Leggendo Mein Kampf ci si rende conto che Hitler chiama in causa direttamente il lettore, l’uomo tedesco: fa leva sulle sue frustrazioni e si avverte la volontà di perseguire un obiettivo comune. Per questo, anche nello spettacolo, il mio personaggio — l’io narrante — si rivolge direttamente al pubblico: dialoga con la platea, la interroga, la chiama in causa, fornendo spesso anche le risposte, semplici e difficili da contestare. E qui spesso mi vengono i brividi. Ciò che si cerca è una stretta empatia che, se è positiva nelle relazioni interpersonali, in politica finisce invece per trasformare il leader in demagogo. E i greci lo sapevano bene».
Perché?
«Il politico che si finge amico, che si presenta come un cittadino tra i cittadini, che esibisce una parità affettata, non parla alla testa ma alla pancia, alle viscere. Se a questa condizione si aggiunge la cassa di risonanza dei media — i social, capaci di condizionare come mai il nostro sguardo sul mondo — la tempesta perfetta è servita: il politico si confonde con il cittadino comune, incarna il respiro corto dei bisogni e non lo sguardo lungo della visione. Mein Kampf racconta e mette a nudo i meccanismi seduttivi del potere: la strategia condivisa con cui, per paura o per interesse, ci affidiamo a chi sembra placare la nostra frustrazione e promette un futuro di benessere e felicità. In più punti dello spettacolo mi vengono i brividi: quelle parole, pronunciate oltre ottant’anni fa, conservano ancora oggi un potere seduttivo; anzi, molto spesso sembrano appartenere al nostro quotidiano».
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