L'ANALISI
18 Marzo 2026 - 18:56
Una scena di Fantozzi di Livermore prodotto dal Teatro Stabile di Genova
CREMONA - Dietro alle nostre spalle un signore sulla cinquantina anticipa le battute icastiche di Fantozzi ed è come avere un suggeritore nell’orecchio. A fianco un ragazzo dal riccioluto ciuffo rosso e occhiali in tartaruga nera se la ride, scatta una foto alla scena della ribellione alla visione della Corazzata Potëmkin che fa dire all’intero teatro: «Per me la Corazzata Potëmkin è una grandissima cagata», per buona pace di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn. Neppure un secondo e le luci del Ponchielli si abbassano e ‘Fantozzi’ di Davide Livermore, in scena martedì sera, 17 marzo 2026, prosegue, quasi incurante del trasporto feticistico o da fan nei confronti del personaggio inventato da Paolo Villaggio e portato in scena da un misurato, bravissimo, intenso Gianni Fantoni che non ne fa il verso, ma lo reinterpreta, assapora alcuni stilemi per farli suoi e restituirli precisi e mai gigioneggiando.

Fin dall’inizio e dal sipario con Bianchina stilizzata e sopra la nuvola dell’impiegato con la scritta ‘Fantozzi Una tragedia’ si capisce che nelle intenzioni di Livermore c’è di più che portare in scena il ragionier Ugo. In quel ‘una tragedia’ c’è una chiara consapevolezza: Fantocci, la merdaccia è il capro espiatorio, è la vittima che non cerca neppure riscatto da una società impietosa in cui la risata, il dileggio sono l’arma più affilata e crudele. Questo il primo postulato di uno spettacolo elegante, che usa i siparietti in technicolor fra cabaret, varietà e visione costrittiva del cinema per presentare, analizzare Fantozzi, partendo dai libri di Paolo Villaggio.
Fin dalle prime battute si evince il secondo postulato che sta a monte dell’operazione drammaturgica firmata oltre che da Fantoni e Livermore anche da Andrea Porcheddu e Carlo Sciaccaluga: dimostrare come Fantozzi sia a tutti gli effetti una maschera contemporanea, al pari dell’Arlecchino, con un suo costume: l’inseparabile basco, i mutandoni ascellari, una mimica immediatamente riconoscibile, un utilizzo della voce e della lingua sgrammaticata ilare e drammatica nel suo analfabetismo radicato e inconsapevole.
La medietas di Fantozzi abbisogna di una spiegazione e da qui in scena il suo alter ego al femminile che tesse le connessioni temporali fra gli anni Settanta e la contemporaneità. La storia è scandita da un prologo: essere o non essere shakespeariano e un epilogo ancora shakespeariano che su musica di Claudio Monteverdi evoca il monologo nel cimitero del vecchio Yorik/Fantozzi. Ed è qui che Livermore fa la morale gettandoci in faccia che noi siamo i Fantozzi, noi contemporanei siamo messi peggio del ragionier Ugo perché un posto nella fabbrica non l’abbiamo, perché il futuro ci è stato rubato, perché la pensione sarà un miraggio, perché non abbiamo né Pina né Mariangela, ovvero una famiglia. Non abbiamo neppure il megadirettore perché forse il nostro datore di lavoro è un algoritmo, o siamo noi stessi.

Fra questi due omaggi al Bardo si sviluppa il racconto per capitoli ed episodi con un andamento brechtiano: c’è la partita a tennis col ragionier Filini, c’è il tradimento di Pina con la signorina Silvani, c’è l’arrapato Fantozzi davanti allo spogliarellone in tv nel cuore della notte, ma è tutto distante, tecnicamente funzionale ma al tempo stesso con la sensazione di assistere a numeri, sketch di bravura che non chiedono empatia né da parte del pubblico né da parte di chi li agisce. E dopotutto la risata fuoriesce sempre dall’apparente rottura o iperbole della realtà, portata a improbabili conseguenze.
Cristiano Dessì, Lorenzo Fontana, Rossana Gay, Paolo Giangrasso, Marcello Gravina, Simonetta Guarino, Ludovica Iannetti e Valentina Virando sono perfetti, sono, insieme a Fantoni, una macchina scenica che funziona, magari non appassiona chi non è fan di Villaggio/Fantozzi, ma regala due ore di bel teatro, intelligente, colorato, ben fatto. Chi scrive non avrebbe visto Fantozzi, ma trovandoselo in casa non può che plaudire a un’operazione piena di teatro e ben fatta.
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