L'ANALISI
19 Marzo 2026 - 14:49
Le sorelle Katia e Marielle Labèque in concerto all'MdV (foto: FotoLive/Leonardo Calvi)
CREMONA - Un pianoforte è troppo, due sono pochi. Non si saprebbe quali spazi dare a queste due affiatate sorelle Labèque, protagoniste ieri sera in Auditorium. Katia e Marielle, entrambe pianiste, simbiotiche. Come grilli balzano da due pianoforti a uno condiviso e ancora a due. Il concerto è un moto accelerato, continuo. A vederle a posto ispirano immediatamente simpatia. Minute, quasi identiche nel viso e nel sorriso, un po’ meno nelle movenze sulla tastiera. Poi, al pianoforte, sono dinamiche, vivaci, virtuose. Un gran trionfo di suono.
Complice un programma molto pop. Si fa per dire, naturalmente. Due raccolte di Philip Glass a incorniciare Ma Mère l’Oye di Maurice Ravel. Impaginare un programma così può sembrare una ruffianata, ma è invece un gran rischio. Il rischio è appunto scadere nella banalità, semplificare, abbrutire per facilitare. Niente di più lontano dalle modalità espressive delle Labèque. Compatte nell’idea di musica, compatte nel suono, nell’esecuzione, nel ritmo e nella dinamica. Suonare su due pianoforti (o su uno solo a quattro mani) significa duplicare o comunque complicare un suono già di per sé imponente (in Auditorium c’erano due Fazioli).

Eppure tutto resta controllato. Avvolgente e non travolgente. E, al contempo, ipnotico, non monotono. Il programma impaginato accostava alla raccolta di Ravel la contemporaneità di Philip Glass, con La Belle et la Bête e Les Enfants Terribles, ambedue proposte nella versione per due pianoforti di Michael Riesman. Ravel resta invece a quattro mani su un solo strumento. Ravel, che fece dell’equilibrio perfetto fra tradizione e innovazione il suo credo laico. La religione vincente. La linea di Ravel, di fatto, è quella che ha trionfato, nella storia della musica.
Il pubblico si è spesso rivoltato contro le avanguardie per preferirvi le forme ibride che coniugassero con moderazione novità e conservazione. I due pezzi di Glass dimostrano proprio questo: c’è un modo — quello vincente, almeno per il pubblico — di far musica nella contemporaneità che sa essere attuale senza voler distruggere ciò che c’è stato prima e senza sonorità brutali. Continuità storica, modernità felice e sorellanza solida: da qualche parte deve esserci un filo rosso che rappresenta un mondo bello che forse non esiste ma che ieri si è potuto intravvedere. Bis: Troubled Water della compositrice afroamericana Bonds, amica di Luther King.
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