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Quattro mani, un solo suono

Le sorelle pianiste Katia e Marielle Labèque con Glass e Ravel all'auditorium del Museo del Violino

Giulio Solzi Gaboardi

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redazione@laprovinciacr.it

17 Marzo 2026 - 16:24

Quattro mani, un solo suono

Katia e Marielle Labèque (© Stefania Paparelli)

CREMONA - Due pianoforti per due sorelle: mercoledì sera, 18 marzo 2026, alle 21, all’auditorium Arvedi del Museo del Violino, il pianoforte si moltiplica e si specchia in sé stesso. Un concerto costruito attorno a due strumenti e a quattro mani, capace di attraversare il Novecento e di metterne in relazione due traiettorie apparentemente lontane: l’ipnosi geometrica di Philip Glass e la filigrana evocativa di Maurice Ravel.

Protagoniste sono Katia e Marielle Labèque, sorelle e sodali da una vita che hanno fatto del dialogo pianistico una cifra riconoscibile, un marchio. La loro presenza è il risultato di decenni di attività ai vertici della scena internazionale, tra sale da concerto, incisioni e collaborazioni che hanno contribuito a ridefinire il repertorio per due pianoforti e per pianoforte a quattro mani.

Il programma si apre con La Belle et la Bête di Philip Glass, nella versione per due pianoforti firmata da Michael Riesman. Non si tratta di una semplice trascrizione, ma di una vera reinvenzione timbrica di una partitura originariamente pensata per il cinema. Le sezioni – Ouverture, Les Soeurs, Le Dîner, Promenade Dans Le Jardin, La Saisie Des Meubles, La Confiance de la Bête, Le Miroir, Le Pavillon, La Métamorphose – si susseguono come quadri, mantenendo intatta la tensione narrativa ma affidandola esclusivamente alla ripetizione e alla variazione minima, marchio di fabbrica del compositore statunitense. Al centro del programma si colloca Ma mère l’Oye di Maurice Ravel, qui nella versione per pianoforte a quattro mani. È un passaggio che non funziona per contrasto, ma per continuità sotterranea: alla pulsazione regolare di Glass risponde la sospensione incantata di Ravel, in un ciclo che è insieme racconto fiabesco e esercizio di stile. I cinque pezzi – Pavane de la Belle au bois dormant, Petit Poucet, Laideronnette, impératrice des pagodes, Les entretiens de la Belle et de la Bête, Le jardin féerique – disegnano un universo miniaturizzato, dove ogni gesto sonoro è calibrato con precisione quasi calligrafica. Il pianoforte a quattro mani diventa uno spazio condiviso, un unico corpo attraversato da due sensibilità perfettamente allineate.

La seconda parte della serata riporta a Glass con Les Enfants Terribles, ancora nella versione per due pianoforti di Riesman. La successione dei brani – Ouverture, Paul is Dying, The Somnambulist, They lived their dream, Terrible interlude, Cocoon of Shawls, Lost, Are you in Love, Agathe, She took the Path, Paul’s End – costruisce una narrazione frammentaria, dove la ripetizione si carica di un’intensità quasi ossessiva. È una musica che procede per accumulo, per stratificazione, e che nelle mani delle Labèque trova una tensione interna costante, senza cedimenti.

Katia e Marielle Labèque hanno costruito la loro carriera proprio su questa capacità di abitare linguaggi diversi senza gerarchie. Le due sorelle si sono formate in Francia e si sono imposte a partire dagli anni Settanta con un repertorio che spaziava da Gershwin al barocco, per poi allargare progressivamente il raggio d’azione alla musica contemporanea, collaborando con compositori come lo stesso Glass. La loro discografia è ampia e trasversale, così come le collaborazioni con orchestre e direttori di primo piano.

Ciò che le distingue non è soltanto la versatilità, ma l’idea di suono che condividono e sviluppano insieme: due pianiste che non si limitano a coordinarsi, ma costruiscono una voce unica, riconoscibile, in cui le individualità si fondono senza annullarsi. In un programma come quello di questa sera, questa qualità diventa decisiva, perché permette di tenere insieme mondi estetici differenti, trasformando il concerto in un percorso coerente.

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