L'ANALISI
17 Marzo 2026 - 05:20
Scena corale de Il misantropo di Molière in scena al Ponchielli ieri sera
CREMONA - Una sorta di stanzone con due grandi vetrate. Entra un servo di scena in tuta rossa e sistema dei cuscini su una panca. Perché? Ecco il primo atto comunicativo mancato de Il misantropo di Andrée Ruth Shammah. Quella figura fa il verso alle maschere in forza al Teatro Franco Parenti di Milano, che nulla dicono agli spettatori del Ponchielli che domenica sera hanno assistito allo spettacolo. Ma questo passi.
I segni metateatrali ci sono: le luci alla ribalta, modello Commedia dell'Arte; una sedia da regista su cui si accomoda Alceste, il misantropo del titolo molieriano, interpretato da Fausto Cabra. C'è pure un sipario rosso a metà dello stanzone, come se ci si trovasse in una sorta di sala prove del Parenti: sipario dietro il quale si nasconde, alla fine, Alceste, sconfitto nella sua determinazione a fare della costanza e della trasparenza dell'essere una gabbia involontaria.
Le scene sono firmate nientemeno che da Margherita Palli. Pian piano lo spazio viene illuminato da lampadari a goccia anni Settanta o da candelabri che vorrebbero recuperare l'atmosfera del teatro seicentesco. Siccome a quel genio di Molière piaceva mettere in crisi le manie dei suoi personaggi — che poi erano le manie dell'uomo del suo, e del nostro, tempo — ecco che Alceste è invaghito di Célimène (Bea Barret): in cerca di conferme sociali, innamorata di Alceste, ma poco disposta a lasciare la società e la corte, come vorrebbe il misantropo.
I due opposti non si attraggono e a nulla servono i tentativi dell'amico di lui, Philinte (Angelo Di Genio), di farlo ragionare e portarlo a quella mediazione che è l'anima stessa della socialità. Il “dramma” in salsa comica si compie nell'oltraggio che Alceste compie criticando il sonetto composto dal vanesio e potente uomo di corte Oronte, una macchietta della fatuità del bel mondo seicentesco interpretata da Corrado D'Elia.
L'assolutezza di Alceste e l'arte della mediazione di Philinte intessono l'intera vicenda, che la regia affida a una leggera frivolezza metateatrale e consegna alla traduzione in versi di Valerio Magrelli. In questo gioco — passato di mano da Luca Micheletti, da cui è stato pensato in sintonia con Shammah, a Fausto Cabra, con altre sostituzioni nel corso delle riprese — Il misantropo di Molière firmato Shammah vorrebbe essere tradizionale, con una spruzzatina di contemporaneo, ma rischia di non decollare mai.
Fausto Cabra dà al suo Alceste quella cupezza e quella macerata contraddizione esistenziale che lo caratterizzano, ma che stentano a trovare la necessaria protervia di chi ha la verità in tasca, la sfacciataggine nichilista nei confronti del mondo. A mantenere in equilibrio fra dramma e commedia l'intera vicenda è Angelo Di Genio che, venendo dall'originale, finisce — quando può — col dare ritmo all'azione.

Il resto è francamente dimenticabile: sembra di assistere a un concertato senza direzione. Il misantropo si trascina fiaccamente e l'esito è che la bella traduzione si traduce in un lungo e monotono dire che si fatica a seguire, quando non è scosso da prove macchiettistiche dei comprimari che non convincono e non sortiscono effetto.
«A Milano ridevano a ogni battuta», confessa a fine spettacolo Di Genio. «Qui non è scattata la risata, peccato». E basta questo per archiviare uno spettacolo che ha avuto il pregio di riportare in scena un classico, ma senza la temperatura giusta e la lettura adeguata che si devono ai capolavori dell'arte scenica.
Dispiace per il corposo cast, dispiace per Fausto Cabra, in cerca del suo Alceste: ha doti d'interprete e lo si continua a voler tenere d'occhio, perché è comunque un bel talento della scena contemporanea. Lo si veda nello spettacolo La gatta sul tetto che scotta, diretto da Leonardo Lidi.
Alla fine, applausi di cortesia, con il pubblico che, all'accendersi delle luci, si alza e va.
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