L'ANALISI
14 Marzo 2026 - 05:25
Fausto Cabra nel Misantropo di Molière
CREMONA - È un lavoro che sfida il tempo: lo è nel testo universale e feroce de Il misantropo, in scena domani sera (ore 20,30) al Teatro Ponchielli, ma lo è anche nella scelta controcorrente della regista Andrée Ruth Shammah di mettere in scena il capolavoro molieriano come deve: con un’ambientazione fedele al tempo in cui la pièce è stata composta e, soprattutto, lanciando una sfida linguistica, mantenendo la struttura poetica del testo tradotto da Valerio Magrelli. Il misantropo, nato tre anni fa, è un lavoro registico a quattro mani che oltre alla fondatrice del Teatro Franco Parenti ha visto compartecipare al progetto Luca Micheletti, inizialmente anche protagonista nel ruolo di Alceste. Micheletti, attore e cantante lirico impegnato nel Macbeth, ha poi passato il testimone a Fausto Cabra, che lo scorso anno il pubblico del Ponchielli ha apprezzato in Scene da un matrimonio con la regia di Rafael Tobia Vogel. In scena con lui una nutrita compagnia composta da Marco Balbi, Bea Barret, Manuel Bonvino, Angelo Di Genio, Filippo Lai, Margherita Laterza, Francesco Maisetti, Edoardo Rivoira, Emilia Scarpati Fanetti, Andrea Soffiantini e la partecipazione di Corrado d’Elia.
Qual è la sua chiave personale per entrare nel personaggio di Alceste?
«La cosa che mi tocca di più in questo periodo, e che è anche la mia chiave d’accesso al Misantropo, è una certa sfiducia verso tutto ciò che è collettivo. Credo sia un sentimento molto diffuso oggi: la sensazione di non avere più fiducia in ciò che si vede intorno. Nel testo ci sono frasi che mi sembrano di una contemporaneità impressionante: l’idea che la prepotenza venga riconosciuta e accettata da tutti, che chi è noto per essere un imbroglione o un truffatore finisca comunque per imporsi e ottenere potere, magari a scapito dell’uomo più onesto».
Alceste parla molto al presente?
«Sì, perché racconta un sentimento di ingiustizia diffusa, di ipocrisia ostentata e poi accolta, perfino premiata. È quel momento in cui uno dice: basta, chiudo, me ne vado, mando tutto all’aria e mi prendo la mia isola. È una tentazione fortissima oggi. Nella prima parte dello spettacolo ho cercato di rendere Alceste molto vicino al pubblico, proprio per far emergere le sue ragioni profonde. Ma andando avanti il personaggio mostra anche i suoi limiti: se ci si chiude, si rinuncia a combattere per una società migliore».
In che senso?
«Spesso è anche un inganno dell’ego: la volontà di mantenere una purezza assoluta che finisce per nutrire il bisogno di sentirsi speciale, diverso, superiore. Questo emerge nel confronto con Célimène: se lui ha l’ansia di non far più parte della società, lei ha l’ansia opposta, quella di farne parte a tutti i costi. Sono due assoluti che si attraggono ma restano irriducibili».
È una dinamica molto moderna.
«Assolutamente. Molière sembra avere inventato le nevrosi della contemporaneità. Questo conflitto tra due assoluti è potentissimo. Mi viene in mente ciò che diceva Fëdor Dostoevskij: l’essere umano è una pecora con l’aspirazione del ribelle. Da una parte abbiamo bisogno del gregge, di protezione; dall’altra vogliamo affermare un io unico e diverso. Queste due spinte convivono in ciascuno di noi, e Molière le mette in scena come se il palco fosse un cervello espanso. È quasi una psicanalisi per il pubblico».
Nel testo però esistono anche figure di mediazione.
«Sono Filinte ed Éliante. Se Alceste e Célimène sono due continenti, loro sono i ponti. Riconoscono il valore della verità ma senza trasformarla in assoluto. Sono gli unici che riescono a costruire qualcosa: infatti sono anche l’unica coppia che si forma davvero. Tutto il resto non ha futuro. E questa cosa oggi la trovo molto politica».
In che senso politica?
«Perché una parte della società sembra aver rinunciato al collettivo, mentre invece proprio oggi servirebbero mediazione e compromesso. La democrazia vive di questo. Il Parlamento dovrebbe essere un luogo in cui si discute per arrivare a un compromesso, ma oggi domina il mito della coerenza assoluta: cambiare idea viene visto come una colpa. E invece dovrebbe essere la prassi del confronto. Quando Donald Trump dice “io ho solo la mia etica e la mia morale”, demolisce l’idea stessa dello Stato di diritto, che nasce dal presupposto opposto: nessuno è portatore di verità assoluta. Le democrazie stanno cedendo proprio sotto questi colpi di assolutismo egoico».
Lo spettacolo però mantiene l’ambientazione originale e il testo in versi. Una scelta controcorrente.
«Sì, ed è una sfida precisa di Andrée Ruth Shammah: mantenere rima e costumi d’epoca dicendo al pubblico che siamo noi a doverci avvicinare all’opera. L’empatia non nasce solo da ciò che è identico a noi: nasce anche dal riconoscere qualcosa di simile in ciò che è distante. Quel piccolo sforzo che si chiede allo spettatore è un atto politico».
Un esercizio anche per l’attore?
«Recitare in rima e in versi è come lavorare dentro una gabbia: da una parte il pensiero vuole liberarsi, dall’altra la metrica ti dà struttura. Questo dialogo continuo tra libertà e forma è perfetto per Alceste, che vive proprio quella tensione tra restare nella società con le sue regole o abbandonarla».
Che differenza c’è tra recitare un testo in versi e uno in prosa?
«C’è qualcosa di più facile e qualcosa di estremamente difficile. La rima ti sostiene perché ha una struttura forte. Però richiede una presenza di pensiero assoluta: se perdi anche solo un attimo il senso del pensiero sotto le parole, la cantilena si mangia tutto. Ogni parola deve essere detta con precisione».
Lei è entrato nello spettacolo sostituendo Luca Micheletti. Che esperienza è stata?
«È stata una sfida, perché lo spettacolo non è nato su di me. Ho dovuto entrare in una struttura già costruita. Ma anche questo è interessante: trovare la propria libertà dentro una struttura data. Non ho mai l’ossessione di dire “devo trovare il mio Alceste”. In fondo il mio Alceste emerge comunque: è il mio corpo, la mia voce, la mia sensibilità. Ho cercato soprattutto di restare in ascolto del testo e del contesto».
Cosa le ha chiesto la regista?
«Per Andrée questa è anche una forma di resistenza. Resistere alla tentazione di semplificare, di puntare su effetti facili per intrattenere. Ha fatto un lavoro enorme insieme a Magrelli sulla traduzione: è bellissima, molto dicibile, ma anche rigorosissima. Un doppio settenario incatenato, curatissimo. È un’eredità preziosa per chi lo recita e un piacere da ascoltare».
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