L'ANALISI
L'INTERVISTA
16 Marzo 2026 - 05:05
Una scena di Fantozzi con Gianni Fantoni e la regia di Davide Livermore
CREMONA - I direttori megagalattici, la poltrona in pelle umana, l’urlo liberatorio sul supplizio della Corazzata Potëmkin: «Una cagata pazzesca!», la nuvola dell’impiegato. Con i suoi libri e i suoi film, Paolo Villaggio non solo ha raccontato le contraddizioni della società italiana, ma ha lasciato un segno profondo nell’immaginario collettivo e perfino nel linguaggio. Da quell’universo nasce lo spettacolo teatrale diretto da Davide Livermore, costruito sui primi tre libri dedicati al ragionier Fantozzi (1971-1976), al Ponchielli domani sera alle 20,30, spettacolo prodotto dallo Stabile di Genova, teatro nazionale. Il titolo dice tutto: ‘Fantozzi’. Nel ruolo di Ugo Fantozzi c’è Gianni Fantoni, che nel corso della sua carriera ha più volte incrociato Villaggio fino a raccoglierne idealmente il testimone. In scena, accanto a lui, tornano anche Pina, Mariangela, Filini, Calboni, la signorina Silvani, la contessa Serbelloni-Mazzanti-Vien dal Mare e l’Onorevole Cavaliere Conte Catellani: figure ormai diventate vere maschere umane entrate nell’immaginario collettivo della società italiana.
La maschera di Fantozzi è ancora attuale?
«All’inizio mi chiedevo come sarebbe il Fantozzi di oggi. Cinquant’anni fa il mondo del lavoro era completamente diverso. Eppure, paradossalmente, oggi i Fantozzi sono molti di più. Negli anni Settanta c’era almeno un certo ottimismo: le lotte sociali, una crescente consapevolezza della condizione degli impiegati e degli operai. Si pensava che la società potesse migliorare. Oggi quell’ottimismo è finito, è finito perfino nei social, che spesso sono diventati una fogna infinita e in cui anneghiamo tutti».
Nel suo libro ‘Operazione Fantozzi’ racconta un percorso curioso che lo lega a questa maschera contemporanea: da fan a imitatore fino quasi a erede di Villaggio.
«È stato un percorso molto naturale. Ho avuto la fortuna sfacciata di avere alle medie un professore di italiano che era un grande fan di Villaggio. Ce lo faceva leggere regolarmente. All’epoca però la sua comicità mi sembrava difficile: era cattiva, feroce, e io ero un ragazzino abituato a comici più facili. Col tempo ho capito che proprio quella era la sua genialità».
Da che libro ha iniziato ad apprezzare il personaggio di Fantozzi?
«Sono partito dall’ultimo: ‘Fantozzi contro tutti’. E ricordo un episodio molto buffo. In mezzo alle mille storpiature del cognome Fantozzi, a un certo punto compare ‘Fantoni’. Quando lo lessi mi venne un caldo alla faccia. Pensai: ma questa cosa mi riguarda! Non immaginavo quanto mi avrebbe riguardato davvero».
Quando l’imitazione è diventata professione?
«All’inizio era un gioco. Facevo imitazioni per gli amici, non solo di Villaggio ma di tanti personaggi degli anni Ottanta. Poi nel 1990 partecipai a ‘Stasera mi butto’ su Rai 2 condotto da Paolo Limiti e Gigi Sabani. Al provino andai nel panico e mi dimenticai tutte le voci… tranne quella di Villaggio. Così mi chiesero di fare solo lui. Paradossalmente quella fu la svolta». E quando incontra Villaggio per la prima volta? «Nel 1991, grazie a uno sketch televisivo a Paperissima di Antonio Ricci. Dovevo doppiare la sua voce narrante mentre Villaggio era in scena. Per me fu un’epifania. Incontrarlo era come incontrare Gesù Cristo. Ricordo che in un corridoio di Mediaset gli feci sentire l’imitazione e lui mi disse: ‘Fammi sentire… parla un po’ più nasale’. Così mi ritrovai con Villaggio che mi insegnava a fare la sua stessa voce».
Avete continuato a frequentarvi?
«Ci siamo incontrati altre volte. Ho partecipato anche all’ultimo film della saga, ‘Fantozzi 2000 - La clonazione’. Non è stato un film memorabile, ma per me è stata un’esperienza preziosa perché potevo stare con lui tra una ripresa e l’altra. Era pieno di racconti e aneddoti. Per me era una felicità».
Come nasce invece l’idea dello spettacolo?
«Una decina d’anni fa mi chiesero un’idea per un nuovo spettacolo. Avevo appena fatto dei musical e mi era rimasto quel gusto. Una mattina mi svegliai con un’idea improvvisa: ma perché non fare un musical su Fantozzi? La cosa incredibile è che nessuno lo aveva mai fatto. Neppure Villaggio aveva mai portato Fantozzi a teatro».
Come reagì Villaggio alla proposta?
«Lo chiamai e gli dissi: ‘Paolo, vorrei fare un musical su Fantozzi’. Ci fu un attimo di silenzio e poi: ‘Oh mio Dio… vieni a Roma e parliamone’. Dopo varie trattative mi diede i diritti, ma non li regalò: li comprai. Da allora quando qualcuno mi chiama ‘erede di Fantozzi’ mi viene da ridere. Non c’è nessuna eredità romantica: c’è stato anche un contratto piuttosto serio e oneroso. Ma parlare di denaro con Villaggio era come dare carne fresca ai coccodrilli».
Lo spettacolo però non è diventato un musical.
«No, la pandemia ha fermato tutto. Il musical è morto prima di nascere. Poi è successo qualcosa di curioso: Davide Livermore ha incontrato casualmente la figlia di Villaggio e le ha detto che voleva portare Fantozzi a teatro. Lei gli ha risposto: ‘Volentieri, ma i diritti li ha Fantoni’. Così ci siamo incontrati. Ci siamo stretti la mano come due cavalieri medievali e da lì è nato lo spettacolo che vedrete al Ponchielli».
Che tipo di Fantozzi vedremo in scena domani sera al Ponchielli?
«Un Fantozzi completamente nuovo. Non imitativo. Un Fantozzi in un multiverso, potremmo dire. Tutti i personaggi ci sono, ma non sono copie dei film. Non facciamo caricature. Anche fisicamente siamo molto diversi: ad esempio l’attore che interpreta Filini è alto un metro e ottanta, l’opposto del Filini cinematografico».
E lei? Riesce a evitare l’imitazione?
«Per me è più difficile, perché fisicamente e vocalmente ci vado molto vicino. Ma non faccio un’imitazione. Quando aggiungi il tuo vissuto diventa una reinterpretazione, una rappresentazione tridimensionale».
Lei sostiene che Fantozzi sia diventato una maschera. Perché?
«Una maschera nel senso teatrale del termine. Come Arlecchino. Villaggio ha cambiato il modo in cui parliamo. Quando un personaggio è così riconoscibile – sai come si veste, come parla, cosa farebbe – allora diventa una maschera».
Ma il mondo dell’impiegato di allora esiste ancora?
«In parte no, ma la logica è rimasta. Oggi la chiamano team building: karaoke aziendali, cori, attività collettive obbligatorie. Sono la stessa cosa della Corazzata Potëmkin. E poi Fantozzi parla degli ultimi, degli sfigati. E gli sfigati esisteranno sempre».
È ancora possibile sentirsi un po’ Fantozzi?
«Assolutamente sì. Quando uscì il personaggio, tutti dicevano: ‘Non sono io, è il mio vicino di casa’. Oggi invece sappiamo che siamo noi. Se scendi dalla macchina e metti il piede in una pozzanghera, quello è Fantozzi al cento per cento». Per questo Fantozzi continua a essere attuale? «Forse ha perso un po’ della sua funzione di critica sociale diretta, ma non muore mai. Noi siamo tornati ai libri, alla crudeltà e alla spietatezza del primo Villaggio. Si ride. Ma è una risata feroce: si ride e si piange insieme».
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