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LA STAGIONE DI INFINITY 1

Federico Buffa racconta il mito di Kobe Bryant: viaggio tra gloria, ossessioni e leggenda

Al Gran Teatro lo spettacolo “Otto infinito – Vita e morte di un Mamba” intreccia narrazione e musica per ripercorrere la storia del campione dei Los Angeles Lakers e la sua ricerca dell’eternità

Andrea Fiori

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redazione@laprovinciacr.it

14 Marzo 2026 - 09:23

Federico Buffa racconta il mito di Kobe Bryant: viaggio tra gloria, ossessioni e leggenda

CREMONA - Per essere unici bisogna essere diversi. E Kobe Bryant non solo voleva essere unico, voleva essere il migliore. È stato un viaggio incredibile quello compiuto ieri sera da Federico Buffa al Teatro Infinity 1 con ‘Otto infinito - Vita e morte di un Mamba’, la storia del ‘Best Lakers ever’.

Buffa racconta Kobe come un eroe greco, con un percorso verso la gloria che ha una circolarità epica: il primo punto della carriera fu un tiro libero, e l'ultimo, vent'anni dopo, fu ancora un tiro libero. A dare corpo a questa narrazione, in un dialogo tra parola e melodia, c'era il maestro Alessandro Nidi con i suoi figli: la musica fungeva da lente sull'anima del campione: «Io inserisco i tasselli biografici — ha dichiarato Buffa —, ma la parte sublime rimane quella musicale. È lì che risiede la chiave di lettura più autentica».

Attraverso questo spartito emerge un uomo «bulimico di conoscenza», capace di chiamare nel 2008 John Williams, compositore di ‘Star Wars’, per imparare a dirigere la sua squadra e fondere i talenti in un'unica entità. Questa ossessione nasce nella sua giovinezza italiana: Rieti, poi Reggio Calabria, dove a otto anni segnò 63 punti, e Pistoia, tra sudore e parquet da asciugare. Ma la sfida più feroce fu a Reggio Emilia con Suor Leonarda, «centocinquanta centimetri di crudeltà e sadismo» che, temprandolo, forgiarono il suo spirito.

Tornato negli USA, Kobe divenne un alieno. A 18 anni, il 17 dicembre 1997, mostrò il suo talento nel primo confronto con Michael Jordan, che riconobbe il suo erede: «Questo ragazzo farà molta strada e io condivido come hanno condiviso con me». Seguirono scontri leggendari, come quello con Shaquille O'Neal — «due portaerei che si scontrano» — e il sodalizio con l'allenatore Tex Winter, che Kobe soprannominò «Yoda».

«Freddo, lucido, intenso, lunare»: così Buffa tratteggia l'uomo che non concedeva «il permesso di entrare nelle sue emozioni». Un intellettuale in canottiera, capace di parlare quattro lingue e giocare, nella mente, partite 5 contro 5 immaginarie. Kobe non cercava la gloria effimera, cercava l'eternità. Come Federico Buffa ha raccontato, il Mamba non se n'è andato: è solo tornato ad abitare le stelle dove, a cinque anni, aveva promesso di arrivare. L'otto, del resto, non è che un infinito che ha imparato a stare in piedi.

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