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LA STAGIONE DI INFINITY 1

Federico Buffa e la leggenda di Kobe Bryant

Venerdì al Gran Teatro di CremonaFiere il giornalista racconta vita e morte del grande campione di basket

Andrea Fiori

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12 Marzo 2026 - 05:00

Federico Buffa  e la leggenda di Kobe Bryant

Federico Buffa (© Lucia Baldini)

CREMONA - Federico Buffa non è soltanto un giornalista o un telecronista sportivo; non è soltanto un appassionato di vicende agonistiche. È molto di più. Federico Buffa è una voce: un timbro unico, inconfondibile, capace di modulare il tempo e sospendere il respiro con una calma gravida di significato. Federico Buffa è un'icona: un punto di riferimento transgenerazionale che ha trasformato la cronaca in epica, restituendoci l'anima dei più grandi momenti dello sport mondiale. Federico Buffa è un cantore: un narratore che trascende il campo da gioco per intrecciare lo sport con le trame del potere, della politica e dell'umano, trasformando ogni storia in un frammento di Storia con la 'S' maiuscola. Venerdì alle 20.30, il gran teatro Infinity 1 di CremonaFiere si prepara a ospitare l'ultima, struggente fatica di questo poeta della narrazione: Otto infinito - Vita e morte di un Mamba. Uno spettacolo nato quasi per caso, come confida lo stesso Buffa, che rompe i confini del suo repertorio classico per immergersi nelle geometrie del basket americano. «Non avrei mai pensato di portare l'NBA sul palco, perché il mio percorso mi ha portato altrove, verso Italia Mundial o Muhammad Ali. Eppure, per una serie di circostanze fortuite, ci siamo ritrovati qui, a sondare l'abisso e la grandezza di Kobe Bryant».

Il cuore pulsante dell'opera, con alla regia Maria Elisabetta Marelli, non è solo la parola, ma un'architettura sonora profondamente evocativa. Ad accompagnare Buffa sul palco c'è il maestro Alessandro Nidi, che dialoga con la narrazione insieme a due dei suoi figli. «Io inserisco, perché non potrei fare altrimenti, i tasselli biografici, le storie e i tempi della vita di Kobe, ma la parte sublime rimane quella musicale. È lì che risiede la chiave di lettura più autentica dello spettacolo».

Kobe era più di un atleta: «È un artista del gioco, il personaggio di una tragedia greca. È stato uno dei dieci migliori giocatori della storia, ma soprattutto è stato un uomo che viveva in un'altra dimensione». Lo spettacolo, dunque, non mira a ripercorrere un palmarès, quanto a farsi rito collettivo: «Chi viene a teatro sa già chi era Bryant, quindi lo spettacolo è una sorta di elaborazione del lutto. Io, di fatto, non lo dichiaro mai morto: lo considero immanente».

Il racconto attraversa l'ossessione di Bryant per il successo e la sua incessante sete di conoscenza, per arrivare a quell'anno cruciale, il 2016, in cui il Mamba, ormai 'rabbonito' rispetto all'agonismo primordiale, guardava a traguardi extra-sportivi. «Lui non ragionava mai sotto una certa altezza. Mirava al top, persino alla Presidenza degli Stati Uniti. Era il suo modo di stare al mondo: mirava alle stelle».

Guardare Bryant dal campo, durante i primi tre titoli vinti tra il 2000 e il 2002, fu per Buffa un'esperienza quasi mistica: «Era una roba lunare. Jordan lo aveva designato come erede, definendo un passaggio di consegne rarissimo nella storia dello sport. Sul campo vedevi che c'era qualcosa di sovrannaturale in quel modo di imporsi e dominare».

Per Buffa, tornare a Cremona — «una città di sport e musica, una realtà con due squadre nelle massime categorie che merita la definizione di 'sport city'» — è un privilegio. «Ho la fortuna rara di aver reso la mia passione il mio lavoro». Venerdì, dunque, il teatro diventerà il luogo di un incontro sospeso tra la terra e il cielo, tra il palleggio ossessivo di un campione e le note malinconiche di un pianoforte. Non si celebrerà un uomo che non c'è più, ma si riconoscerà la persistenza del suo mito. Perché, in fondo, la vera grandezza non finisce mai di risuonare: come una musica che, una volta ascoltata, non smette mai di accompagnarci.

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