L'ANALISI
13 Marzo 2026 - 08:24
Andrea Virgilio, Ilde Bottoli, Elena Mosconi e Tiziano Zanisi
CREMONA - «Norimberga rappresenta la perfetta metafora del Novecento: era la città dove l’odio è diventato legge e dove, dieci anni dopo, la memoria è diventata giustizia». Con questa riflessione il sindaco Andrea Virgilio ha salutato giovedì mattina gli studenti nell’aula magna dell’Iis Torriani per l’incontro ‘L’uso dell’immagine nella propaganda nazista. Norimberga sullo schermo tra propaganda, cronaca e fiction’, tenuto da Elena Mosconi, ordinaria di Storia del Cinema all’Università di Pavia. Presenti all’incontro anche il presidente della Provincia Roberto Mariani e il comandante del 10° Reggimento Genio Guastatori, colonnello Roberto Spampanato. L’appuntamento era organizzato in vista del Viaggio della Memoria.
Come ha spiegato Mosconi, dagli anni ’30 Norimberga non è stata una semplice città per il cinema, ma un organismo mutante, capace di trasformarsi da palcoscenico di pietra a tribunale della coscienza mondiale. Sotto il nazismo venne messa in scena per diventare l’altare del Regime: attraverso l’occhio della regista Leni Riefenstahl, la macchina da presa trasfigurò la realtà in un’epica visiva senza precedenti. Le architetture monumentali e le masse inquadrate con geometrica precisione elevarono la città a simbolo dell’ascesa nazista, trasformando l’ideologia in uno spettacolo ipnotico per costruire un immaginario di potenza eterna.
Tuttavia, la storia ha una sua ironia tragica e il dopoguerra ribaltò il senso di quelle immagini. Il cinema di propaganda, privato della sua aura celebrativa, divenne prova documentaria della follia e del crimine. La Norimberga del trionfo crollò sotto il peso della sua stessa rappresentazione, svelando come un dispositivo nato per esaltare possa diventare lo strumento della condanna definitiva di fronte al mondo intero.
L’evoluzione narrativa ha poi seguito le urgenze del tempo, passando da un approccio morale a uno psicologico. Nel film Norimberga (2000) di Yves Simoneau, la città è ancora il luogo di un duello etico rassicurante, con ruoli chiaramente divisi tra liberatori americani e criminali nazisti. È un racconto dove la distinzione tra eroi e colpevoli serve a ricostruire un ordine morale ferito dalla guerra. Con il recente Norimberga (2025) di James Vanderbilt, lo sguardo compie un’ulteriore metamorfosi: la prospettiva si sposta dal campo legale all’abisso della mente umana, portandoci a contatto con figure come Hermann Göring. Qui il male smette di essere un manifesto ideologico per diventare un’ombra psicologica complessa che ci coinvolge su un piano emotivo perturbante. In questo passaggio dall’estetica della folla all’analisi del singolo, il cinema si conferma non solo come archivio del passato, ma come un dispositivo vivo che continua a interrogarci. Norimberga, riletta attraverso l’obiettivo, resta il monito più alto su come le immagini possano costruire, tradire e, infine, restituire la verità storica alle nuove generazioni.
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