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AL PONCHIELLI

Il teatro risveglia le coscienze

Mercoledì la compagnia Sotterraneo porta in scena 'Il fuoco era la cura' ispirato al romanzo 'Fahrenheit 451' di Ray Bradbury

Nicola Arrigoni

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narrigoni@laprovinciacr.it

10 Marzo 2026 - 17:34

Il teatro risveglia le coscienze

Una scena della pièce 'Il fuoco era la cura' (© Masar Pasquali - Piccolo Teatro)

CREMONA - In piena bufera sulle dichiarazioni di Timothée Chalamet sull’anacronismo di opera e balletto, essere mercoledì sera a vedere Il fuoco era la cura della compagnia Sotterraneo è un’occasione per capire come il teatro e lo spettacolo dal vivo siano spazio di libertà, pensiero, parola agita in cui logos e cuore si coniugano nello stare qui e ora, in uno spazio e tempo condivisi dalla presenza fisica.

Tutto ciò è quanto mai indispensabile per le giovani generazioni, ma anche per gli adulti che hanno disimparato a relazionarsi. Si dice questo perché finalmente la compagnia Sotterraneo – da vent'anni in azione sulle scene italiane – arriva mercoledì (ore 20.30) al Ponchielli con un lavoro bellissimo, di rara intensità, di grande stratificazione linguistica che merita l’attenzione dei più giovani.

Il fuoco era la cura è un capolavoro, è la realizzazione di un teatro contemporaneo che sa essere leggero e intenso, colto e accessibile.

Il punto di partenza, il contesto narrativo è Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, romanzo distopico di un mondo post-atomico, in cui i libri sono banditi, in cui i pompieri invece di spegnere il fuoco lo appiccano per bruciare la tentazione di elaborare un pensiero critico, divergente rispetto a quello dominante. Ed è quello che con acuta e caparbia determinazione porta avanti, da sempre, il collettivo Sotterraneo, impegnato a dare vita alla consapevolezza di un pensare altro o semplicemente offrire una visione consapevole dello stato di crisi antropologica/culturale in cui versiamo.

I Sotterraneo sono un po’ i Montaigne della scena contemporanea, saggisti morali che svegliano le nostre coscienze intorpidite. Per questo Il fuoco era la cura non può essere letto se non in continuità con L'Angelo della Storia e L'atlante linguistico della Pangea - due precedenti produzioni della compagnia - e compone un ideale trittico sui sapiens e la loro tendenza a raccontarsi favole, a nascondersi la realtà o semplicemente a non volersela confessare.

Come spesso accade per Sotterraneo, ogni spettacolo è un passo in avanti sul linguaggio, sul racconto e sulla modalità teatrale. In questo caso Daniele Villa (drammaturgo), Sara Bonaventura e Claudio Cirri (attori) hanno preferito stare dietro le quinte (per così dire), ideare e dirigere, affidando il proprio stile, la loro personalissima drammaturgia ed estetica teatrali ad altri interpreti, facendo un passo in avanti rispetto ai canoni dell’autorialità e della messinscena registica. Si dice ciò non per sminuire il ruolo di Flavia Comi, Davide Fasano, Fabio Mascagni, Radu Murarasu e Cristiana Tramparulo, ma per sottolineare come passare questo testimone performativo abbia un suo valore e un suo potenziale rischio che il collettivo ha giocato con intelligenza e cura.

Il plot de Il fuoco era la cura ha intrecciato un aspetto metateatrale, il racconto ideato all’osso del romanzo di Bradbury e un viaggio in avanti nel tempo in un lontano 2051, con minimo comun denominatore l’oggetto libro, la sua potenza evocativa, la lettura come viatico per imparare o non smettere di dubitare.

In tutto questo danza, parola e musica coesistono e l’azione, meglio la triplice azione, è cadenzata da una strepitosa colonna sonora che propone canzoni che hanno a che fare col fuoco o che sono più o meno liberamente ispirate a celebri titoli della letteratura. Nell’idea di Sotterraneo è che nella società di Fahrenheit 451 – che forse non è troppo distante dalla nostra o da quella del 2051 – anche le canzoni potrebbero essere bandite e rimarrebbe solo lo stordimento da video, quei clown bianchi che intrattengono ventiquattro ore su ventiquattro l’umanità postatomica, raccontata da Bradbury.

Il fuoco era la cura è uno spettacolo colto, senza essere pretenzioso, è un lavoro leggero nei toni ma che ti scava dentro, è un viaggio in un futuro che assomiglia al nostro presente ed è un monito per tutti. Per questo essere a teatro è un dovere estetico, etico e politico.

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