L'ANALISI
06 Marzo 2026 - 18:52
Mario Brunello in concerto al Museo del Violino
CREMONA - Di fronte ad un accostamento simile, la domanda sorge spontanea: come è possibile affiancare un mostro sacro come Johann Sebastian Bach a Mieczysław Weinberg (Varsavia, 1919- Mosca 1996)? In che modo le monumentali Suites bachiane composte durante il suo periodo a Köthen (1717-1723) possono dialogare con le quattro Sonate per violoncello solo del compositore novecentesco realizzate più di 250 anni più tardi? Leggendo il titolo ‘La giusta distanza’, ci si interroga su quale sua il suo reale significato. Si è avuto modo di scoprirlo giovedì all’auditorium Giovanni Arvedi del Museo del Violino durante un sorprendente appuntamento del ciclo I Concerti della Stauffer: protagoniste assolute della prima delle due serate – la secondo si è tenuta ieri – accanto a Mario Brunello, le violoncelliste Chiara Kaufman e Giada Moretti, allieve dell’Accademia Walter Stauffer, che hanno eseguito e interpretato magistralmente la Sonata n. 1 Op. 72 e la Sonata n. 2 Op. 86 per violoncello solo del compositore sovietico di origini polacche Mieczysław Weinberg.
«Non penso che esistano composizioni per violoncello solo allo stesso alto livello delle sei Suites di Bach come le quattro Sonate per violoncello solo di Weinberg. Soprattutto, non credo ci siano opere capaci, allo stesso modo, di dare un futuro ancora nuovo allo strumento e al suo repertorio». Così ha esordito Brunello, spiegando la scelta ideata per il programma del doppio appuntamento concertistico. Se infatti nel corso dei secoli i compositori per violoncello si sono rivolti al compositore tedesco quasi inchinandosi, con l’idea di un genio che non poteva essere superato, Weinberg è stato l’unico ad ascoltare solamente il suo cuore e il suo talento infinito – e probabilmente anche qualche tema dai concerti del compositore russo Dimitrij Shostakovich, con il quale instaurò un profondo legame di amicizia – dimostrando una grande conoscenza del violoncello e regalando allo strumento inedite soluzioni compositive che solo in questi ultimi anni stanno (per fortuna!) riaffiorando, accanto al suo vasto opus, nelle sale da concerto e nelle case discografiche.
La musica di Weinberg si nutre di tutta la sua storia: una vita estremamente tormentata, che ha attraversato tutto il Novecento: fuggito da Varsavia nel 1939 a causa dell’invasione tedesca per rifugiarsi a Minsk, dovette affrontare la perdita dell’intera famiglia, sterminata nei lager nazisti, perché di origine. In Unione Sovietica Weinberg dovette sottostare a una pesante censura intellettuale. Fu arrestato nel 1953 e rilasciato solo in seguito alla morte di Stalin. Tutto questo è raccontato nella sua musica, ed è emerso chiaramente giovedì sera quando, come in un dialogo spontaneo, le due giovani violoncelliste, guidate da Brunello, hanno portato all’attenzione del pubblico le suggestioni più interessanti che si nascondono tra un movimento e l’altro delle due sonate che si sono poi apprestate a interpretare.
Una musica estremamente teatrale e drammatica, profondamente comunicativa che arriva dritta al cuore di chi ascolta: si possono davvero osservare personaggi che si presentano, si alternano e si incontrano su un palcoscenico che prende vita sotto le mani esperte delle due musiciste: un vecchio soldato in pensione che, reduce dalle sue imprese, rivive con nostalgia le gesta passate; una festa animata da danze e antiche sonorità Yiddish; un racconto, continuamente tormentato da un incubo che irrompe e si fa sempre più ingombrante; la rabbia e la denuncia per una vita trascorsa in perenne tormento; un timido, e rigorosamente in sordina, ricordo di una serenità passata, ormai quasi dimenticata. Un’interpretazione coinvolgente, quella di Chiara Kaufman e Giada Moretti, una performance quasi fisica sullo strumento, dove il gesto tecnico, fondendosi con la narrazione emotiva, ha permesso al pubblico di immedesimarsi totalmente nella profondità del racconto di cui le giovani violoncelliste si sono fatte testimoni.
Brunello esegue prima un preludio, poi si siede ‘alla giusta distanza’ e lascia ‘il giusto spazio’, a turno, alle sue allieve, quasi come fosse un omaggio al futuro del violoncello, dei suoi giovani interpreti e della buona musica che è tanta ed è ancora tutta da scoprire.
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