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LA CITTÀ CHE CAMBIA

«Architettura effimera per il nuovo Politeama»

Micheli, incaricato del recupero: «Un intervento evanescente nel senso migliore del termine»

Barbara Caffi

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bcaffi@laprovinciacr.it

04 Marzo 2026 - 12:23

«Architettura effimera per il nuovo Politeama»

La cupola del Politeama e l’architetto Angelo Micheli, nato e residente a Crotta d’Adda (© Max Rommel)

CREMONA - «Al Politeama penso ogni giorno, lo ammetto. L’idea è di fare un intervento leggero, rispettoso del luogo e della sua storia. Ma aspetto di aprire la porta e vederlo, in quel momento capirò»: Angelo Micheli è architetto, designer, artista. Ed è anche liutaio, il che è un valore aggiunto visto che la Fondazione Stauffer - che ha acquisito nelle scorse settimane l’ex teatro Verdi - gli ha affidato l’incarico di recuperare l’edificio per farne proprio una ‘casa dei liutai’. Nato nel 1959 a Crotta d’Adda, dove tuttora vive, Micheli ha frequentato l’Ipiall quando la scuola di liuteria era ancora in piazza Marconi e si contendeva gli spazi con il Museo di Storia naturale e la stazione degli autobus.

UN LIBRO DI SOTTSASS

«Mentre ero all’ultimo anno - ricorda - ho letto un libro di Ettore Sottsass che mi ha fulminato, perciò sono passato alla sezione di arredamento della scuola che in pratica era dall’altra parte del corridoio». Poi il Politecnico e la Scuola politecnica di design, allora distinta, le lezioni con docenti d’eccezione da Bruno Munari a Narciso Silvstrini, tra i più eminenti studiosi del colore, e poi Marco Zanuso e Achille Castiglioni con il suo assistente cremonese Eugenio Bettinelli.

La tesi, discussa nell’86, è sul Politeama, allora già chiuso da meno di vent’anni. ‘Tout se tient’, direbbero i francesi: la vita è fatta anche di intrecci, relazioni, curve improvvise, tappe del viaggio che il caso trasforma in meta. «Del Politeama all’epoca si parlava molto, si discuteva di cosa farne e di che futuro potesse avere - dice l’architetto -. Il progetto di allora prevedeva il recupero di un luogo dove fare intrattenimento e spettacoli così come era stato in passato. Ricordo l’impressione, entrandoci: era tutto uguale a com’era, eppure distrutto».


IL PRESAGIO DELLA TESI

Quella tesi sembra solo un momento di passaggio. Per Micheli cominciano le collaborazioni prima con Sottsass - per un certo periodo farà parte dei Nuovi 12 Memphis -, e poi con Michele De Luca, con cui lavora tuttora. Nel frattempo fonda il gruppo Solid, vince premi internazionali, insegna all’Istituto europeo per il design, all’Università Iuav di Venezia e all’Università della Repubblica di San Marino - Iuav. L’architettura e il design parlano lo stesso linguaggio dell’arte - anche la liuteria lo fa, gli archi sono di una bellezza assoluta - e Micheli comincia a disegnare, dipingere e scolpire.

Espone in gallerie e musei, tra cui il Centre Pompidou e il Grand Palais a Parigi, la Biennale di Venezia, e a Bologna Palazzo Fava, un edificio affrescato dai Carracci che lui stesso ha restaurato e che ospita, oltre a mostre temporanee, la collezione antica e moderna della Fondazione Carisbo. «Nell’allestire la parte museale con Philippe Daverio, direttore artistico del palazzo - ricorda Micheli - abbiamo deciso per un intervento molto leggero».

La parola leggerezza torna anche chiacchierando del Politeama: «Penso a una struttura leggera, evanescente, effimere nel senso buono del termine - dice -. Il Politeama internamente è stato rivestito di cemento e con questo non voglio interferire, non mi pongo neppure la questione se sia bello o brutto. Penso a una struttura che ci si possa appoggiare, a qualcosa che si possa smontare e togliere se tra trenta o quaranta anni non piacerà più o se ci fossero nuove esigenze. Penso al legno perchè i liutai in mezzo al legno ci vivono, ovviamente senza fare una baita. Penso alla musica, che non si vede ma c’è e che continua a esistere anche quando il musicista smette di suonare».

La cupola «sarà il punto di forza, come lo è anche adesso. Si è parlato di casa dei liutai, ma sarà una cattedrale, ascolterò le loro esigenze». Staccando l’ombra da terra è il titolo di un romanzo di Daniele Del Giudice. Non c’entra nulla con l’architettura, ma racconta di aerei e piloti e di materia che prende il volo come se non avesse peso. Come il (falso) paradosso del calabrone che non potrebbe volare, ma non sapendolo vola lo stesso. Proprio Calabrone, tra l’altro, è il nome di una lampada disegnata da Micheli con Studio Lucchi & Biserni ed Emiliana Martinelli. E forse questo può dare il senso di un intervento «evanescente».


LE SCULTURE

Il legno ricorre anche in alcune sculture di Micheli. Alcuni anni fa, nell’ambito di un progetto di riqualificazione della Galleria 25 Aprile, Micheli aveva esposto dei cipressi - scultura: «In natura - osserva - i cipressi sono squarci verticali, mi ricordano i tagli di Fontana». Le opere più recenti sono cubi o parallelepipedi che sembrano casette, di quelle semplici con i tetti un po’ a punta che i bambini colorano di rosso.

Sono rivestite di chiodi, e dal tetto spuntano fili che avvolgono oggetti trovati in casa: una ciambellina, un Topolino. Con l’intelligenza artificiale - «è un’opportunità, e come tutte le invenzioni create dall’uomo, è uno strumento da utilizzare», scrive - queste sculture sono state inserite in un bosco, in una piazza parigina, in una strada di Londra «con lo Shard di Renzo Piano sullo sfondo», dice Micheli sorridendo.


IL FILO D’ERBA EREDITATO

«Ho ereditato un filo d’erba», ha scritto in una concisa pubblicazione in cui riflette della sua idea di architettura. La definisce ‘dualistica’, ovvero che «ammette la coesistenza di due principi o forze distinti o contrastanti», secondo la definizione da vocabolario. E quindi c’è il suolo: «La realtà della natura è che esiste veramente, è concreta, è solida, è fondamentale per noi e può esistere indipendentemente dalla nostra presenza».

E poi c’è ciò che va «oltre la barriera del conosciuto», dove «troveremmo quel ponte che oltrepassa questa demarcazione immaginaria per proiettare la nostra mente in mondi infiniti, inimmaginabili». Per arrivare alla conclusione che «l’architettura dualistica è libera da schemi e preconcetti. L’architettura dualistica è sgombra di ogni pregiudizio, lei si fa travolgere dall’evento imprevedibile (...) L’architettura dualistica è viva perché si nutre dei positivi contrasti delle singole persone». Come il Politeama che verrà.

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