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AL PONCHIELLI

Emma Dante: «Una palestra quotidiana per vincere la violenza sulle donne»

Con la pièce 'L'angelo del focolare' in scena martedì la regista palermitana affronta il tema dei femminicidi

Nicola Arrigoni

Email:

narrigoni@laprovinciacr.it

02 Marzo 2026 - 05:20

"Una palestra quotidiana per vincere la violenza sulle donne"

La regista Emma Dante

CREMONA - È un viaggio nella famiglia, un viaggio laddove la porta si chiude e si compie la violenza, una violenza muta e una morte che è destinata a reiterare le funzioni della donna, l’angelo del focolare, moglie, madre, casalinga, votata alla casa e alla negazione di sé stessa, fino ad ‘accettare’ la violenza e subire la morte dall’uomo che ama e che diceva di amarla. L’angelo del focolare di Emma Dante — spettacolo prodotto dal Piccolo Teatro e in scena martedì al Ponchielli (ore 20.30) — è una sorta di concentrato della poetica e dell’indagine che da oltre venticinque anni la regista porta avanti.

Si raggiunge Emma Dante mentre è a Lione per l’allestimento di Manon Lescaut, a non molti giorni dalla notizia che la Biennale le ha assegnato il Leone d'oro. «Ricevere un premio e in particolar modo il Leone d'oro è sicuramente una cosa molto bella, soprattutto mi ha dato un sacco di felicità sentendo che intorno a me c’era felicità — racconta la regista —. Ho ricevuto tantissimi messaggi di gioia per poterlo condividere con tutte le altre persone, soprattutto con il pubblico, perché il pubblico poi è fondamentale, ma anche con gli attori, le attrici, i miei collaboratori, i critici, i teatri che mi hanno sostenuto, insomma con tutti. È una festa, questo premio per me è una grande festa. Spero non sia un punto di arrivo, perché altrimenti potrei anche fermarmi… No, è uno step, un grande passo in avanti. Un riconoscimento che mi dà forza per continuare».

In un tempo in cui i femminicidi sono drammaticamente al centro del dibattito pubblico, cosa racconta ‘L’angelo del focolare’?
«Non so se aggiunge qualcosa al discorso pubblico. Però è uno specchio. Ci permette di guardare dentro una casa dove la violenza quotidiana non è soltanto l’evento straordinario della morte, ma è una morte quotidiana. La morte lenta, silenziosa, di alcune donne. Lo spettacolo è, alla mia maniera, molto arcaico, quasi preistorico. Racconta una famiglia che forse non esiste più in quella forma, come archetipo, ma serve a costruire una metafora. È quasi mitologica: i personaggi non hanno neanche un nome, sono funzioni. La moglie, il marito, il figlio, la suocera. Mi interessava lavorare proprio sulle funzioni, sui ruoli che si incastrano dentro il meccanismo della violenza domestica. Il marito non è solo un uomo: è il padre padrone, la legge che si auto-proclama tale dentro la casa. La moglie è l’angelo del focolare, cioè colei che dovrebbe custodire, proteggere, ma che in realtà viene sacrificata a quell’ordine. La suocera è la tradizione, la trasmissione di un modello patriarcale che si perpetua anche attraverso le donne. E il figlio è l’erede, lo sguardo che apprende, che impara il potere come forma di relazione. Questa famiglia è una macchina».

Una macchina della tortura?
«Uno scannatoio dove si vedono i dettagli della violenza: non necessariamente quelli eclatanti, ma quelli sottili. Una parola detta in un modo sbagliato. Uno sguardo che è peggio della lama di un coltello. Una battuta, un ordine, un silenzio imposto. È lì che si consuma la violenza quotidiana. C’è un dislivello di potere fortissimo, un meccanismo gerarchico che sembra naturale ma non lo è. È costruito. E proprio perché è costruito può essere smontato».

Come si può scardinare questo meccanismo?
«La soluzione si intravede solo se facciamo una palestra quotidiana. Dobbiamo resettare il linguaggio, cambiare le modalità, rivedere il modo in cui parliamo e ci relazioniamo. È un fatto culturale, non genetico. E per questo si può cambiare. Certo che si può cambiare, se si vuole. Ma dobbiamo lavorare sempre su questa idea del cambiamento».

Da mPalermu, in cui i suoi attori volevano uscire da una condizione di ‘prigionia’ e di stasi, alla frana di Niscemi. La Sicilia è una terra da cui fuggire?
«Sì. Questa idea di dover lasciare i propri beni, la propria casa, di non avere mai il terreno sotto i piedi… La mancanza di fondamenta è mancanza di progettualità, di comunità. Se ognuno fa quello che vuole, arriva il disastro. Io credo molto nel progetto comune, nella forza della comunità. Ma a volte in Sicilia si perdono di vista gli interessi collettivi a favore di quelli del singolo, e succedono disastri. È una cosa che fa molto male».

Ora è a Lione per mettere in scena Manon Lescaut. Quanto ha inciso l’opera lirica sul suo percorso?
«La musica ha cambiato tantissimo il mio modo di vedere le cose e di affrontarle. Mi ha cambiato profondamente. E io ne sarò sempre riconoscente, perché senza la musica non si vive, non si fa arte. C’è stata una crescita umana e artistica enorme. L’opera ti obbliga ad ascoltare in un modo diverso, a respirare con la partitura. È davvero un incontro molto forte».

C’è un titolo che sogna di mettere in scena?
«Non ho un’opera che voglio fare a tutti i costi. Quelle che mi propongono e che mi piacciono sono le opere che voglio fare. Molti titoli non li accetto, perché non sento quell’incontro. Mi fido molto dell’istinto, e anche un po’ del destino. Ci deve essere un incontro di amorosi sensi, altrimenti non funziona».

Come vede il teatro di oggi?
«Io ho continuato il mio percorso, cambiando anch’io. Perché il teatro cambia, il mondo cambia, e io sono cambiata. È inevitabile. Però sento meno interesse verso la sperimentazione, da parte di chi dovrebbe sostenerla. Quando la mia compagnia è nata, c’era un grande fermento, un’attenzione viva verso i gruppi nuovi. Oggi l’attenzione è più rivolta alla cassa, al botteghino. E questo va contro l’innovazione, soprattutto quella più forte, più radicale. Dopo gli ultimi finanziamenti del Ministero si è visto chiaramente quanto sia fragile il sostegno alla ricerca».

Alla Biennale Teatro che spettacolo porterà?
«Uno spettacolo speciale, pensato per la Biennale. L’ho intitolato I fantasmi di Basile. È un omaggio a Basile, che per me è stato fondamentale. Avendo scritto la trilogia, ho lavorato molto sulla sua lingua. In scena arrivano questi ‘parenti’ di Basile che ci vengono a trovare, come fantasmi che tornano a raccontare le loro storie».

Cosa l’affascina dei racconti di Basile?
«La lingua. La spudoratezza. Nelle sue fiabe c’è qualcosa di politicamente scorretto che mi attrae moltissimo. Mi piace il modo in cui racconta la verità attraverso la fiaba, attraverso lo sputo, l’insulto, perfino la bestemmia. È un modo diretto, feroce, ma profondamente vero».

Ha appena debuttato alla Comédie-Française con un testo di Molière. Che esperienza è stata?
«All’inizio avevo paura. Andare a fare Molière a casa di Molière non è semplice. Però poi sono stata accolta come una figlia da questa grande famiglia. È stata un’esperienza bellissima, sia umana che artistica. Un risultato stupendo».

Il suo pubblico è fedele, appassionato. Che rapporto sente di avere con chi la segue?
«Non li conosco tutti, purtroppo. Ma gliene sono riconoscente a vita. C’è un grande calore che percepisci in sala, una reazione pazzesca. È una cosa bellissima. Quando senti quell’energia, capisci perché fai questo lavoro».

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