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MUSICA A CREMONA

Ivo Pogorelich scanna Ludovico Van

All’MdV il grande pianista lancia la sfida a Beethoven e alla fine regala il vero Titano della Musica

Giulio Solzi Gaboardi

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28 Febbraio 2026 - 10:31

Ivo Pogorelich scanna Ludovico Van

CREMONA - Genio e sregolatezza, vuole il vecchio adagio. Tali ripari retorici servano a toglierci dall’imbarazzo di etichettare con la chiarezza che vorremmo il modo di far musica di Ivo Pogorelich. Ciò che è noto diventa imprevedibile. Ciò che è già sentito diventa inaudito. La routine genera scandalo. Lo scandalo produce incredulità. L’auditorium è pieno in ogni settore. Foto e video sono banditi, i fotografi raminghi e fuggiaschi.

Lo spartito che non usa, Pogorelich lo butta subito per terra. Chissà se Beethoven avrebbe gradito. Sregolatezza, appunto. Non una parola introduttiva, lo sguardo inflessibile e corrucciato, il frac posato su di una fusciacca intonata al farfallino bordeaux. Mentre suona, non sapremmo dire se la bocca intoni un canto senza voce o un salmo o forse un dialogo intimo con lo strumento che ha davanti, forse sta mordendo e masticando Beethoven, lo ingolla per farne parte di sé.

Chissà quali parole pronuncia mentre gli parla. Una, sicuramente, non appartiene al suo vocabolario: filologia. La scienza di Lachmann e Poliziano non trova spazio in questo dialogo serrato. Meglio dire una lite. Sì perchè, con Beethoven, Pogorelich sembra avere un conto aperto, un irrisolvibile conflitto primordiale. Perciò, più che interpretarlo, analizzarlo, santificarlo — come fanno tanti altri — preferisce squartarlo, soppesarne il peso delle viscere, osservarne l’andamento dei gangli.

Il primo movimento della Patetica è francamente spiazzante. Un andirivieni di emozioni che segue il fluire scostante e irrazionale di una musica grandiosa e al contempo scandalosa nella sua messa in pratica. L’Adagio cantabile assume forme stranianti, fino a raggiungere effetti a dir poco conturbanti, quasi ipnotici. Estatica e magnetica la Sonata n.17 Tempesta. La scelta dei tempi, l’impercettibilità nel glissando, la nevrosi del vibrato alternate alla penetrante profondità nei momenti tensivi. Il tono tende alla magniloquenza: non per altro il concerto si intitola ‘Il Titano della Musica’. Legittimo chiedersi se si faccia riferimento al Titano di Bonn (Beethoven) o a quello di Belgrado (Pogorelich). Le due Bagatelle, la numero 3 e la numero 6, sovvertono l’immaginario comune delle tre raccolte di queste opere considerate minori.

Bastava scandire il discorso. L’ha fatto Pogorelich. Giganteggia, in conclusione, l’Appassionata. La preferita di ‘Ludovico Van’ fra tutte le sue Sonate per pianoforte. Tenebroso l’attacco, grandioso lo sviluppo. Pogorelich scandagli lo spartito con la ferocia di un segugio. Costui è di fatto un intrigante, un truffatore, un ciarlatano, eppure ha ragione. Perché alla fine di tutto questo, di questo impensato straniamento, di questa locomotiva emozionale, si può solo dire una cosa: il Beethoven scannato di Pogorelich è Beethoven.

Magari non quello a cui siamo abituati, ma è lui. È lui nella sinuositá nevrotica, nella monumentalità frammentata, nella discrasia tra ciò che si legge e ciò che si è. È lui nel romanticismo che strappa le vesti, che zoppica quando corre, che grida disperato e che si ricompone nell’umano, nell’essere uomo: un soffio di vento, patetico, appassionato. Una tempesta e una bagatella.

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