L'ANALISI
17 Febbraio 2026 - 05:30
Chiara Poggi è stata uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007
Nella famosa serie tv, il tenente Colombo non scopre gli assassini. Potrebbe sembrare che raccolga indizi in maniera ordinata e meticolosa, che li colleghi razionalmente e che alla fine risolva il caso usando la logica. Ma in realtà, il celebre personaggio televisivo, interpretato per 35 anni da Peter Falk, applica una metodologia molto diversa: si attacca al sospettato, che ha già individuato, e lo tormenta finché riesce a sfinirlo e ad ottenere quindi un’ammissione di colpa.
Una tecnica che ricorda quella dei ‘vecchi marescialli di paese’, i quali, in un’Italia che non esiste più, sapevano bene dove cercare il rapinatore della farmacia o il vandalo della chiesa. Un metodo che però non funziona più, come dimostrano tanti casi di cronaca tra i quali spicca senza dubbio il delitto di Garlasco.
Poi c’è un modo di investigare quasi all’opposto, quello che arriva dalle università, che coinvolge la psicologia freudiana e la verità aristotelica, che consiglia di approcciare la scena del crimine quasi fosse una ricerca di laboratorio. Questa metodologia, in voga per qualche anno, ha finito per mostrare i suoi ampi limiti; perché il mondo del crimine, sia esso organizzato o d’impeto, va navigato a lungo ed esplorato fino nelle sue viscere, prima di essere capito. Anche questo secondo approccio, infatti, nel complicato ‘affare Garlasco’ ha fornito solo spiegazioni superficiali e contraddittorie.

Ma l’attività investigativa dopotutto sembra abbastanza semplice: si ascoltano i testimoni, si acquisiscono le prove scientifiche, si esplorano i database, qualche pedinamento e intercettazione, e il gioco è fatto. Gli studi televisivi sono zeppi di esperti improvvisati, per i quali ogni errore in fase di indagine è evidente, madornale, pacchiano. Se avessero indagato loro, dicono, il caso sarebbe già risolto da tempo. E non è facile dargli torto, vista la preoccupante frequenza con cui le sentenze vengono ribaltate in Appello e Cassazione.
Allora il problema, forse, è che in Italia manca una vera cultura investigativa, una scuola che elevi il pratico al di sopra delle prassi di polizia, spesso mitizzate e ingannevoli, e ignori le trovate frutto di elucubrazioni astruse e lontane dalla realtà. Quello che abbiamo nel nostro paese è invece una maestosa cultura giuridica. Però nelle università e negli istituti di diritto non si insegna a indagare, ma adagiarsi sul Codice di Procedura Penale, che viene quindi utilizzato come un menù del ristorante: come antipasto si scelgono alcune dichiarazioni testimoniali, poi per piatto principale si ordina una perquisizione, e se resta appetito si chiedono un paio di intercettazioni.
Ma le pietanze presenti sul Codice non possono essere degustate in completo disordine, perché le indagini soggiacciono a un ferreo principio di irreversibilità: ogni azione compiuta dall’investigatore genera effetti sul mondo esterno che non si potranno più annullare, e perciò un eventuale errore condizionerà le indagini per sempre. Il metodo corretto di investigare richiede invece una strategia, fin dai primissimi istanti, che si adatti all’evolversi di un ambiente complesso, e che accompagni le scelte di un team eterogeneo nel quale ogni membro pensa di essere lui e solo lui il protagonista della serie tv: il magistrato, il commissario, l’ufficiale, l’ispettore, il medico legale, la scientifica.

Ma nella realtà una squadra vince solo se funziona insieme, e non c’è spazio per chi non passa la palla. In effetti investigare è difficile. Perché le persone mentono, di continuo. L’indagato è bugiardo per definizione, ma mentono anche i testimoni e le vittime, gli informatori e i querelanti. Alcuni vogliono depistare le indagini, la maggior parte cerca solo di nascondere un segreto, estraneo al caso, che però va custodito a ogni costo, e di solito si tratta di banali tresche amorose.
Altri invece sono in cerca di notorietà e inventerebbero di tutto pur di essere parte del circo. Mentre lavoravo a un omicidio, le dichiarazioni mirabolanti di un ‘testimone’ avevano rivoluzionato la mia ricostruzione. Scoprii che lo stesso individuo aveva fornito mirabolanti dichiarazioni anche sul sequestro di Aldo Moro. Le persone mentono addirittura senza rendersene conto. Gli esperimenti dimostrano che una semplice domanda come ‘Chi è il rapinatore?’, in situazioni in cui non è avvenuta alcuna rapina, può generare il falso ricordo di aver assistito a un delitto, che i soggetti poi credono reale e difendono a oltranza.
Anche la prova scientifica, che dovrebbe apparire come oggettiva e incontrovertibile, si basa su metodologie complesse nelle quali non sono infrequenti raccolte imprecise delle prove, analisi di laboratorio errate, interpretazioni che dividono la comunità scientifica. Il famoso guanto di paraffina, che in Italia ha prodotto condanne fino agli anni Ottanta, è ormai considerato del tutto inattendibile. Ma la cosa inquietante è che l’FBI, già nel 1935, aveva comunicato ufficialmente i primi dubbi sulla scarsa affidabilità del metodo.

Non ci si può fidare nemmeno delle banche dati, perché sono le persone a inserire i dati, e le persone sbagliano. In un’indagine mi capitò che un tabulato telefonico riportasse una lunga e importante chiamata, assente però sul tabulato dell’altro interlocutore. I tecnici della compagnia, interpellati a riguardo, non seppero spiegare la faccenda, se non dicendo che anche i computer sbagliano. E infine non si può fare affidamento nemmeno sugli accertamenti che la polizia ha compiuto personalmente, come pedinamenti e osservazioni, perquisizioni e accessi, intercettazioni telefoniche e ambientali.
Scienza ed esperienza ci dicono che tutti, poliziotti compresi, interpretano in modo soggettivo quello che vedono o sentono. E le percezioni influenzano le deduzioni. Quindi come si può venire a capo di un caso complesso come quello di Garlasco, nel quale ogni parte coinvolta, ogni giudice intervenuto, ogni esperto televisivo, propone una visione diversa? In realtà le investigazioni sono un metodo organizzato e testato, ottimo per comprendere gli eventi criminali.

E funzionano bene anche se le persone mentono troppo spesso, anche se le scienze forensi sono dibattute, anche se le banche dati sono piene di errori, e anche se talvolta i poliziotti prendono fischi per fiaschi. Spesso la qualità degli elementi raccolti nelle indagini è buona, molto buona, e basterebbe ricordare che ‘spesso’ non equivale a ‘sempre’ per evitare di cadere in fallacie logiche e mentali, come confondere il possibile con il probabile, il compatibile con il provato.
Il dubbio deve accompagnare ogni passo di chi indaga e gli elementi vanno valutati senza preconcetti, con uno stile investigativo diverso da quello del ‘vecchio maresciallo’, ma con una profondità e una sensatezza che non si ritrova nello stile del ricercatore universitario. E senza dimenticare di coordinare in maniera organica i contributi di tutti i soggetti coinvolti.
Il metodo del tenente Colombo funziona, ma soltanto in televisione. Dove lo spettatore vede con i propri occhi, nei primi minuti della puntata, l’assassino mentre compie il delitto. E quindi non c’è bisogno di convincerlo che le bizzarre teorie dell’investigatore sono davvero solide, e che l’arresto e la successiva inevitabile condanna del sospettato sono giuste. I buoni investigatori, e i buoni giudici, non dovrebbero mai lavorare così.
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