L'ANALISI
27 Gennaio 2026 - 05:20
Negli ultimi mesi, in Italia si è registrata una crescita significativa di episodi di violenza che vedono protagonisti adolescenti e giovani adulti: aggressioni tra coetanei, uso di armi improprie e dinamiche di gruppo sempre più brutali.
Il fenomeno sta assumendo una dimensione strutturale, che ci costringe ad una riflessione più attenta sia rispetto alle possibili motivazioni sottostanti, sia sul nostro ruolo di adulti e di specialisti nella prevenzione del disagio giovanile.
In queste settimane abbiamo conosciuto numerosi fatti di cronaca che spaventano e scuotono la sensibilità collettiva, perché ci mostrano la reale portata di quelli che fino a poco tempo fa venivano considerati dall’opinione pubblica eventi isolati.
Quanto sta accadendo è sintomo di una sofferenza più profonda e silenziosa.
Allarmano in particolare due elementi: la frequenza degli episodi riportati — dalla cronaca locale alle testate nazionali — e la giovane età dei protagonisti.
Un altro aspetto da non sottovalutare sono le dinamiche di gruppo, in quanto dall’osservazione di ciò che sta accadendo emerge con chiarezza come la forza del 'branco' incida sull’attuazione di comportamenti aggressivi, alimentando quel bisogno di appartenenza che ricordiamo essere uno dei motori di crescita in età adolescenziale.
Il gruppo, invece che significare un luogo sicuro in cui sentirsi protetti e rappresentati, diventa il contesto in cui l’espressione del malessere esplode in tutta la sua potenza.
Guardare oltre il gruppo, perciò, ci permette di cogliere dimensioni più profonde per cercare di rispondere alla domanda di familiari e figure educative: perché proprio certi ragazzi diventano più vulnerabili all’aggressività?
Senz’altro non possiamo offrire una spiegazione semplice ed esaustiva, ma possiamo considerare una serie di fattori di predisposizione.
Un primo elemento è la difficoltà nel riconoscimento e nella gestione delle proprie emozioni. L’aggressività è la manifestazione estrema e ben visibile della rabbia che non ha trovato canali di espressione in altre forme più evolute e meno distruttive. Dietro questa rabbia spesso ci sono emozioni più scomode da esternare e che i ragazzi mantengono tacite: la paura e il dolore.
Un altro elemento sicuramente fondamentale è la storia personale e familiare di ciascuno: gli eventi di vita e traumi si incastrano con modelli educativi non sempre coerenti ed efficaci, nei quali potrebbero verificarsi inversioni di ruoli e fenomeni di iperresponsabilizzazione.
Altrettanto importanti sono i contesti sociali e scolastici in cui i giovani sono inseriti: i ragazzi ricercano in essi la risposta al loro bisogno di appartenenza e riferimenti significativi che possano offrire ascolto e comprensione. Ciò verosimilmente può contribuire a ridurre il ricorso a condotte disfunzionali.
Di fronte ai comportamenti aggressivi dei giovani, l’opinione pubblica generalmente oscilla tra indignazione e fatalismo; pensiamo ad esempio alle ondate di commenti che la gente condivide sui social nei giorni immediatamente successivi alle diffusioni delle notizie di cronaca. Sono commenti istintivi, emotivi, incontrollati, che permettono di prendere le distanze dal problema. In un secondo momento tuttavia subentra una forma di stanchezza collettiva, di assuefazione alle notizie, troppo frequenti e troppo simili tra loro. Da qui prende il sopravvento la rassegnazione.
Molti finiscono per pensare che non ci sia molto da fare. Ma dietro questi episodi troppo presto liquidati come “maleducazione” o “devianza” si cela una realtà più complessa, una generazione che usa l’aggressività come linguaggio per affermarsi, in un mondo che sembra percepito come incerto o poco accogliente dove, per essere “visti”, la strada della violenza è quella più immediata ed apparentemente più facile.
Molti giovani infatti riportano di non voler arrivare realmente alla conseguenza estrema dello scontro, ma di ricercare la sensazione di controllo che esso può offrire: un gesto impulsivo può diventare lo strumento per affermare un’identità ancora in costruzione. E in un’epoca in cui i social sono diventati lo specchio amplificato della realtà, anche la rabbia rischia di trasformarsi in spettacolo.
In che modo e quanto l’uso di sostanze può incidere sui comportamenti aggressivi nei giovani? Alcol e stupefacenti non ne sono la causa, bensì sono acceleratori emotivi e amplificatori di fragilità, impulsi e bisogni identitari già presenti. La loro attrattività e potenza sta nel concedere per qualche tempo sensazioni di onnipotenza e invincibilità: gli effetti chimici sul cervello includono un abbassamento dei freni inibitori e da qui la percezione soggettiva di minor pericolo. La riduzione dell’autocontrollo, inoltre, facilita l’emulazione di comportamenti aggressivi, in una realtà esperita in modo alterato rispetto al vero; i ragazzi si sentono più forti e sicuri e possono testare i limiti del proprio corpo e la risonanza sulla propria immagine sociale, in quella che diventa una ricerca compulsiva dell’approvazione dei coetanei. Le sostanze diventano così un mezzo per conquistare un illusorio potere, che però svanisce rapidamente e lascia il posto alle conseguenze pesanti che ben conosciamo.
La capacità di valutare le conseguenze e di giudizio in adolescenza è un processo ancora in costruzione, legato alla maturazione del cervello e alle esperienze personali. Questa vulnerabilità si rende ancora più evidente con l’utilizzo di sostanze, aumentando la probabilità di comportamenti impulsivi o pericolosi e rendendo più difficile la presa di decisioni ponderate.
Ma quale può essere il nostro ruolo nella prevenzione degli agiti aggressivi in età giovanile? Molti ragazzi non percepiscono la reale portata delle loro azioni fino a quando non si trovano di fronte alle conseguenze: le figure educative a contatto con i ragazzi sono chiamate innanzitutto a offrire informazioni chiare e realistiche sui rischi legati alle sostanze, in contrasto con le pressioni del gruppo dei pari. È importante inoltre proporre attività che aiutino i giovani a sviluppare capacità decisionali, gestire le emozioni e immaginare le conseguenze delle proprie scelte.
Le famiglie giocano un ruolo cruciale, in particolare nell’intercettare precocemente i segnali di disagio e nel fornire un contesto sicuro in cui poter chiedere aiuto senza paura di essere giudicati. Anche le politiche di prevenzione nelle scuole e nei luoghi di aggregazione giovanile risultano fondamentali per intercettare precocemente i segnali di disagio e per proteggere i ragazzi da scelte pericolose, costruendo un sistema di rete che includa i servizi specialistici dedicati per fornire aiuto nelle modalità più adeguate. Questo obiettivo richiede un impegno condiviso tra famiglie, istituzioni e comunità.
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