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«In Don Chisciotte c'è la mia vita di artista»

Il direttore Brusa racconta l’anima dell’opera di Massenet in scena venerdì e domenica al Ponchielli

Giulio Solzi Gaboardi

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redazione@laprovinciacr.it

21 Gennaio 2026 - 10:52

«In Don Chisciotte c'è la mia vita di artista»

Una scena di Don Quichotte al Ponchielli venerdì (ore 20) e domenica (ore 16) per la regia di Kristian Frédric

CREMONA - Ci sarà il direttore pavese Jacopo Brusa, venerdì alle 20 e domenica alle 16, sul podio del teatro Ponchielli, alla guida de I pomeriggi musicali di Milano, per le due recite del ‘Don Quichotte’ di Jules Massenet. Lo spettacolo, prodotto dal circuito operistico lombardo, è presentato nell’allestimento visionario e malinconico di Kristian Frédric, ed è giunto al capolinea, dopo aver riscosso ottimi successi di pubblico e critica nei teatri lombardi.

Il direttore musicale Jacopo Brusa 

Dopo qualche mese di stop, avete ripreso questo Don Quichotte lo scorso fine settimana al Sociale di Como, e ora vi preparate per il Ponchielli di Cremona, dove si concluderà la tournée.
«È stato importante lasciar sedimentare per qualche settimana quest’opera. Riprendendola a Como abbiamo notato cose nuove e ci siamo lasciati stupire. A Cremona, arriveremo ancora più maturi. Per tutti gli artisti impegnati, era un debutto, essendo un’opera molto rara. Raccontiamo un sogno nel sogno: un doppio salto carpiato che ci avvicina ai temi delle nostre famiglie e dei nostri affetti».

Don Quichotte debutta nel 1910, due anni prima della morte di Massenet. È una delle sue ultime opere e si può dire che ne dimostri tutta la maturità artistica.
«Detto banalmente, è il suo testamento musicale. Un compendio tecnico ed espressivo di questo compositore. Ha dei ritmi quasi cinematografici. Cinque atti distribuiti su due ore scarse di musica: l’azione musicale non perde mai il mordente, cambia da un’atmosfera all’altra, dall’esotismo spagnolo delle danze ai momenti lirici derivati dalle chansons. Il Preludio del secondo atto ricorda Debussy; nel quinto atto si scorgono l’esperienza della musica sacra e il richiamo al canto gregoriano. Per tutta l’opera osserviamo un eclettismo non fine a se stesso, ma con una funzione teatrale estremamente creativa, che attinge al neobarocco e al primo classicismo. Del resto, Chisciotte è fuori dal mondo e Massenet lo rappresenta proprio con la musica: è un mondo antico che ritorna e cita Rameau e Lully».

Massenet ci mette del suo anche nell’atmosfera generale dell’opera, molto più tesa a toni elegiaci e crepuscolari, piuttosto che all’eroismo dell’eroe della Mancia.
«L’unico episodio eroico lo troviamo nel secondo atto, durante la battaglia con i mulini a vento, ma è un eroismo malinconico, vagamente tragicomico. Il quinto atto, l’atto della morte, invece, non è per niente eroico. Eppure ci presenta un cavaliere che, alla fine, vince. Ce lo dice Sancho, che si trasfigura in suo figlio, in suo amico, in suo allievo. È questo il vero eroismo, senza fanfare e squilli di tromba. Violino solo, viola sola e arpa. Lui e voce di Dulcinea. Nel piccolo c’è la grandezza».

Nicola Ulivieri nei panni di Don Chisciotte nella versione musicale di Massenet 

Quali complessità operativa presenta l’allestimento di un’opera come Don Quichotte?
«L’unica vera complessità sta nel mantenere una narrazione avvincente per tutta l’opera. Massenet muta molto spesso l’atmosfera e spesso il rischio è quello di perdersi nei grandi recitativi accompagnati, che possono risultare un po’ noiosi quando non si lavora sulla parola e sull’azione. Per fortuna, abbiamo un grande protagonista (Nicola Ulivieri, ndr), che non solo canta bene, ma sa anche recitare e appassionare».

Per un musicista, per ogni artista, anzi, la figura idealista e melanconica di Don Chisciotte è più che significativa. L’artista, alla fine, è sempre destinato a fronteggiare i mulini a vento. Ha sentito questa sorta di immedesimazione?
«La parola che identifica don Quichotte per me è: vita. In Don Quichotte io vedo la mia vita, la vita degli artisti. La sua vicenda rappresenta le idee e i sogni che trovano le porte chiuse. Il memento di quest’opera è che bisogna perseverare anche quando si viene presi per matto. Persistere porta alla vittoria senza rimpianti. Senza immaginazione e ideali saremmo piatti, sarebbe routine. E la routine la parte peggiore del nostro mestiere. Viva i sogni, allora».

Come vorrebbe che uscisse da teatro il pubblico, dopo aver visto quest’opera?
«Lo spettatore potrà portarsi a casa una serata in cui feticismi dei melomani cedono il passo alla commozione. Lasciamoci commuovere, per una volta, andando all’opera. Alla fine di questo Quichotte, resta un senso di umanità».

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