L'ANALISI
20 Gennaio 2026 - 05:20
Il maestro Stefano Conia col suo quartetto di strumenti intarsiati
CREMONA - Lo chiamano ‘Maestro’, anche se hanno ormai una carriera da liutai più che avviata. Il maestro Conia sorride, alza la testa dal banco di lavoro e risponde. Ottant'anni e una vita intera passata a dare forma alla musica. Stefano Conia, liutaio di origini ungheresi e cremonese d'adozione, festeggia 80 primavere, compiute lo scorso 10 gennaio: «Sono fuggito in montagna per sottrarmi alle celebrazioni. Ma non è servito e qualche giorno fa i colleghi, molti dei quali sono stati miei allievi, mi hanno festeggiato con un pranzo a sorpresa», racconta con l'inconfondibile accento ‘ungherese’ che si sposa con qualche intercalare in dialetto cremonese.
Conia può vantare, senza alcun dubbio, una storia personale e professionale intrecciata in modo indissolubile con la rinascita della liuteria cremonese dal secondo Novecento a oggi. È uno degli ‘eredi di Stradivari’, ma soprattutto uno dei protagonisti di quella generazione che, tra gli anni Sessanta e Settanta, ha saputo reinventare una tradizione secolare, restituendole prestigio internazionale e futuro.

«Il mio obiettivo è da sempre uno solo: fare più strumenti di Stradivari». Una frase che Conia ripete senza enfasi, quasi con pudore artigiano. Eppure, a guardare i numeri, la continuità del lavoro e la longevità della sua carriera, quel traguardo non appare più così lontano. Nato nel 1946, Stefano Conia è oggi fra i massimi rappresentanti della liuteria contemporanea cremonese, testimone diretto del passaggio da una città in cui le botteghe si contavano ‘sulle dita di una mano’ a un distretto liutario che oggi ne conta oltre 160. Ungherese di origine, figlio d’arte, Conia cresce in una famiglia in cui il legno e il suono sono una vocazione naturale.
Il padre, Istvàn Conia senior (1919–1999), fu liutaio e si diplomò alla Scuola Internazionale di Liuteria di Cremona, riuscendo a lasciare l’Ungheria in anni difficili. «Si diplomò a Cremona e poi tornò in patria, dove continuò a lavorare», racconta. Oggi la tradizione familiare prosegue anche oltre confine: il fratello Lajos e il figlio di quest’ultimo sono liutai in Ungheria, mentre a Cremona Stefano Conia condivide la bottega di corso Garibaldi con il figlio, anche lui Stefano, che firma i suoi strumenti come Conia ‘il giovane’.
Tre generazioni di liutai, unite da una stessa ambizione: confrontarsi, senza timori reverenziali, con il mito di Stradivari. Il rapporto di Conia con la musica comincia presto, da bambino, con il violino. Ma è la tradizione di famiglia ad avere la meglio: «il liutaio ha trionfato sul violinista». Arrivato a Cremona nel 1968, si diploma alla Scuola Internazionale di Liuteria nel 1972, allievo di maestri come Sgarabotto, Gio Batta Morassi e Francesco Bissolotti. Morassi, in particolare, è una figura centrale nella sua formazione e nel suo percorso umano e professionale: un maestro capace di trasmettere non solo tecnica, ma una visione culturale della liuteria.
Accanto al lavoro in bottega, Conia dedica oltre vent’anni all’insegnamento. Per ventitré anni è docente alla Scuola Internazionale di Liuteria di Cremona, contribuendo a formare intere generazioni di artigiani: da Stefano Trabucchi a Marcello Villa, da Francesco Toto a molti altri oggi attivi in Italia e all’estero. «Furono Giorgio Scolari e Sergio Renzi a ‘incastrarmi’ – dice sorridendo – ma il mio lavoro è fare strumenti, fare violini». Quando lascia le aule, lo fa per tornare definitivamente al banco di lavoro, senza mai interrompere il dialogo con chi ha imparato da lui, come dimostrato nel pranzo a sorpresa che ha riunito ex allievi e attuali colleghi, accomunati da un medesimo desiderio: festeggiare il loro maestro.

I riconoscimenti arrivano presto e accompagnano tutta la carriera: nel 1970 la medaglia d’oro al Concorso Giovani Liutai di Bagnacavallo; nel 1971 due medaglie d’oro, alla IV Biennale di Cremona per un violino e ancora a Bagnacavallo per un quartetto classico. Seguono le partecipazioni alle Triennali di Cremona, i premi, le mostre in Italia e all’estero, da Poznan a Tokyo. Un suo strumento è esposto in modo permanente al Museo Nazionale degli Strumenti Musicali di Budapest. Conia è stato più volte giurato in concorsi di liuteria nazionali e internazionali, chiamato a valutare strumenti e giovani talenti con lo sguardo esperto di chi conosce a fondo tradizione e presente.
Ma il ruolo di Stefano Conia va oltre la dimensione individuale. Insieme a liutai come Giorgio Scolari e alla sua generazione, è fra i protagonisti del rilancio della liuteria cremonese nel secondo Novecento. «All’inizio degli anni Settanta le botteghe erano pochissime», ricorda. «Fra gli anni Settanta e Novanta abbiamo organizzato spedizioni in tutto il mondo: Polonia, Ungheria, Germania, ma anche Cina, Egitto, Cuba, Singapore, Messico. L’obiettivo era far conoscere la liuteria cremonese, lavorando insieme e in accordo con le istituzioni.»
Un’azione pionieristica, che ha restituito a Cremona un ruolo centrale nella geografia mondiale del violino. Membro e fondatore del Consorzio Antonio Stradivari, dell’Associazione Liutaria Italiana (ALI) e dell’Associazione Europea di Liuteria (AEL), Conia ha contribuito in modo decisivo a raccontare e diffondere nel mondo la lezione della liuteria cremonese.
Una lezione che non è mera imitazione del passato, ma capacità di reinterpretare i modelli classici di Amati, Guarneri del Gesù e Stradivari con nuovo smalto ed eleganza. «La scuola classica cremonese può essere non solo eguagliata, ma anche superata», afferma senza provocazione. «Non vedo perché non si debba pensare che strumenti contemporanei possano suonare meglio di un Amati». I musicisti, del resto, sembrano dargli ragione. «Mi dicono che i miei strumenti suonano come quelli antichi di scuola cremonese», racconta.

A ottant’anni, Conia continua a essere quello che è sempre stato: un artigiano chino sul tavolo di lavoro, tra pialle e vernici. Se lo cercate, basta suonare alla porta della sua bottega in corso Garibaldi. Lo troverete lì, a dare forma alla musica, fedele a un’idea semplice: fare violini, uno dopo l’altro, fino a misurarsi senza paura con il nome più grande di tutti. Stradivari.
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