L'ANALISI
19 Gennaio 2026 - 05:20
Una scena delle fantastiche arlecchinate Giroflé-Giroflà di Aleksandr Tairov
CREMONA - È cremonese, a Cremona la sua famiglia sfollata ha trovato rifugio alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso, a Cremona si è formata, ha partecipato alla vita culturale della città, ha recitato nella compagnia di Adriano Vercelli al Filo ed è stata fra le fondatrici del Gruppo Studio Teatro, fino a quando gli studi universitari non l'hanno portata a Milano prima e poi la vita privata a Roma. Il percorso di Silvana De Vidovich attraversa il teatro italiano ed europeo come una linea carsica: mai esibita, mai dichiaratamente militante, ma costantemente presente nei luoghi in cui il teatro è stato pensato come pratica rigorosa, come studio, come responsabilità culturale.
Prima ancora della slavistica, della critica e dell’insegnamento, c’è un’esperienza concreta di lavoro teatrale che passa da Cremona. L’incontro con il Gruppo Studio Teatro segna una fase in cui amore per la letteratura e pratica si coniugano. È in questo contesto che De Vidovich conosce Dario Cantarelli, con lui recita ne I giusti di Albert Camus nel teatrino di via del Vecchio Passeggio. Dal teatro poi l’amore per le lingue, il fratello iscritto a filosofia e la decisione di iscriversi a lettere con indirizzo lingue straniere all’università.

La decisione di fare russo arriva per caso: «Da matricola avevo dato un’occhiata ai corsi di inglese e francese, le aule erano piene, strapiene — racconta —. Poi un giorno ho bussato alla porta di un’aula dove c’era lezione. Un gruppo di studenti intorno al tavolo ascoltava un professore. Era il corso di lingua russa. Mi sono detta: fa per me. E la mia vita è cambiata», racconta De Vidovich. Cambiata a tal punto che la lingua di Puskin e Dostoevskij ha caratterizzato la sua attività intellettuale e di traduttrice, con attenzione, sempre, al teatro.
In questo senso sembra plausibile leggere il lavoro importante su «Aleksandr Tairov. Il teatro delle emozioni» (Cue Press), libro in cui l’analisi teatrale si intreccia con la storia e con il destino umano di un artista. Tairov fu tra i più importanti registi teatrali del Novecento, la fama di Tairov ha goduto di fortune alterne: schiacciato tra Stanislavskij, creatore del Metodo per l’attore, e Mejerchol’d, ideatore della biomeccanica e martire del regime sovietico.
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Il suo rapporto con il teatro nasce all’interno del Gruppo Studio Teatrale negli anni Sessanta.
«Con il Gruppo Studio Teatro si lavorava sul testo, sull’attore. In quel contesto ho conosciuto Dario Cantarelli. Aveva un’idea chiarissima del teatro come mestiere, come lavoro che non ammette scorciatoie».
All’esperienza del Gst ha fatto poi seguito quella alla Loggetta di Brescia.
«Ho lavorato con Massimo Castri, Mina Mezzadri. Ho interpretato Masha nel Gabbiano, il mio unico ruolo cechoviano».
Però, sceglie di non proseguire una carriera attoriale.
«Sì, perché non ho mai avuto quella certezza assoluta, quella vocazione totalizzante che il teatro richiede a chi sta in scena. Ho fatto esperienze attoriali, ma ho capito che il mio modo di stare nel teatro era un altro: lo studio, l’analisi, la scrittura. Da qui la scelta degli studi universitari e del russo. Una scelta quasi casuale all’inizio, ma che si è rivelata decisiva. Ho studiato russo all’Università di Milano, in un corso sperimentale appena avviato, con Meridiano Bazzarelli. Da subito ho orientato i miei interessi verso il teatro russo, laureandomi con un lavoro su un autore teatrale poco frequentato».
Negli anni Settanta segue direttamente il teatro sovietico contemporaneo.
«Andavo spesso a Mosca, collaboravo con Sipario, intervistavo registi come Ljubimov ed Efros. Era un periodo in cui il teatro aveva un peso culturale enorme e veniva discusso seriamente. Non era un fenomeno marginale, ma un luogo centrale di riflessione sulla società. Mi ricordo che Franco Quadri (critico teatrale ed editore ndr) mi chiese alcune corrispondenze da Mosca per il mensile Sipario di cui era caporedattore».

Quando nasce l’interesse specifico per Aleksandr Tairov?
«Tairov è arrivato dopo, quasi per contrasto. Studiando Meyerchol’d (importante esponente del teatro di ricerca primonovecentesco e teorico dell’attore biomeccanico), mi colpiva il fatto che Tairov fosse sempre presente come figura secondaria, quando in realtà era stato uno dei registi più noti in Europa negli anni Venti e Trenta. Mi sono chiesta perché fosse stato rimosso, e da lì è iniziata una ricerca che non era solo teatrale, ma anche storica e umana».
Il suo libro intreccia costantemente estetica e biografia.
«Non mi interessava fare un catalogo di spettacoli. Volevo capire come un artista vive dentro una storia di orrori, come reagisce, come tace, come sopravvive. Il destino di Tairov mi ha interrogata come studiosa e come persona».
Il confronto con Mejerchol’d resta comunque centrale.
«Le differenze ci sono, ma non sono manichee. Tairov critica la biomeccanica quando diventa puro esercizio tecnico, ma non rifiuta la disciplina. Il nodo è l’emozione: per lui il teatro deve colpire, sconvolgere, trasformare lo spettatore».
Da qui l’idea del ‘teatro delle emozioni’.
«Non un teatro didattico, non un teatro che educa dall’alto, ma un teatro che mette in crisi. Se lo spettatore esce indenne, per Tairov il teatro ha fallito. È una posizione profondamente etica».
A chi si rivolge oggi questo libro?
«A chi ama il teatro come luogo di domande, non di risposte facili. Tairov non è un modello da imitare, ma una figura da interrogare. E forse oggi, in un teatro spesso privo di memoria, questo interrogarsi è più necessario che mai».
S. De Vidovich, a cura di, Alexandr Tairov: il teatro delle emozioni, Cue Press, pagine 432, euro 44,99
S. De Vidovich, a cura di, Alexsandr Tairov, Appunti di un regista, Cue Press, pagine 138, euro 24,99.
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