L'ANALISI
STAGIONE DI PROSA
15 Gennaio 2026 - 08:51
Vinicio Marchioni, Sebastian Luque Herrera
CREMONA - Tutto parte da un’idea: se Riccardo III non fosse lo storpio, l’aborto di natura che Shakespeare ha inventato, ma un uomo aitante, elegante nella postura, come si giustificherebbe la sua personalità maligna? Nel bello si può celare il male? Sono questi gli interrogativi che il regista Antonio Latella si pone nell’affrontare Riccardo III, affidandone l’interpretazione a Vinicio Marchioni, che un aborto di natura non è. In scena martedì sera e in replica ieri al Ponchielli, il lavoro di Latella è un continuo inganno, uno specchio riflettente, uno specchio di Narciso in cui è un attimo, sedotti dalla bellezza, capitolare e inabissarsi.
Si veda Il leader narcisista di Manfred Kets de Vries, edito da Raffaello Cortina.
La scena di Annelisa Zaccheria è una sorta di giardino con al centro un tronco cavo da cui esce e in cui si abbiglia di bianchi abiti settecenteschi Riccardo: una sorta di torre, quell’albero in cui Prospero minaccia di rinchiudere il mostruoso Calibano ne La tempesta. Quel tronco è anche ventre della natura, una natura che Riccardo zittisce interrompendo il canto degli uccelli e dei corvi, evocati dal Custode, bellissima figura di servo di scena (Flavio Capuzzo Dolcetta), che accompagna l’ascesa e la rovina di Riccardo.
Non ci vuole molto a capire che quel giardino, con secchi e annaffiatoi sparsi qua e là, in realtà è un cimitero dove troveranno riposo le anime e i corpi massacrati da Riccardo: un’eletta compagnia in cui le relazioni familiari, dinastiche e di potere si fanno pericolose, mortali. Da qui, forse, gli eleganti costumi settecenteschi, coloratissimi, inventati da Silvia D’Amico: i colori sgargianti dei vari personaggi si contrappongono al bianco dell’abito di Riccardo, che riflette la luce (belle le atmosfere luminose create da Simone De Angelis).
Il bianco è la somma ottica di tutti i colori, è esso stesso un non-colore e, per alcune culture, il colore del lutto.
In questo gioco di rimandi, la traduzione del testo di Federico Bellini va in cerca della parola che seduce, costruisce mondi, distorce la realtà, è favola e inganno. Ed è questo che fa Riccardo: parla, parla, parla; trama e inganna, abbindola e ricatta, morso da un’ambizione feroce, morso dalla voglia di avere quel potere che possa compensare la sua deformità, lui che non può gioire e che invoca l’inverno del nostro scontento.
Vinicio Marchioni è parola e corpo, è strumento vocale a favore della poesia che costruisce la realtà, distorta dall’ambizione narcisista. È forse per questo che i personaggi e le loro relazioni – nella lunga prima parte – rischiano di andare a mucchio, di non distinguersi, di essere il delirio di senso di persecuzione e di nemici immaginari dell’io di Narciso che Riccardo III evoca e racconta. Forse per questo non c’è dialogo fra i personaggi, ma il susseguirsi di una serie di monologhi più o meno intrecciati e, curioso a dirsi, a intrecciare quel dire è proprio l’azione del Custode, l’unica figura in abiti cinquecenteschi, vestito da paggetto.
Tutto sembra essere la proiezione della mente, del desiderio di amore e di conferma della propria persona che agita Riccardo. Ciò si fa abbastanza chiaro, ma a tratti predicatorio, nella seconda parte, in cui si tirano le fila della vicenda, in cui la corona di re Riccardo – anche qui una sorta di corona floreale e funerea – conquistata col sangue è destinata a cadere nel sangue. E allora i fantasmi delle vittime di Riccardo chiedono conto e lo fanno schierati: Silvia Ajelli (Regina Elisabetta), Anna Coppola (Regina madre Duchessa di York), Flavio Capuzzo Dolcetta (Custode), Sebastian Luque Herrera (Principe di York, Richmond), Luca Ingravalle (Principe Edoardo), Giulia Mazzarino (Lady Anna), Candida Nieri (Regina Margherita), Stefano Patti (Buckingham), Annibale Pavone (Clarence – re Edoardo – Stanley), Andrea Sorrentino (Hastings, Sindaco).
Presentano il conto al tiranno che, in proscenio, chiede il nostro aiuto con le luci accese in sala, fa complice la platea, sfoggia virilità e lacrime, orgoglio e quella strisciante necessità di essere sostenuto, capito, amato, seguito. Amen e addio (farewell) riecheggiano per tutta la messinscena: un congedo che è anche una preghiera a Dio, ma al tempo stesso una constatazione dei fatti, una morte che è di tutti e sta nel colpo di pistola sparato dal Custode, con la vanga a lato, custode del giardino dell’Eden o del cimitero?
Applausi, applausi da un pubblico di teatro che sta, riflette, accetta la sfida di Latella. Un bel segnale in tempi in cui la parola è violentata e privata della sua seducente bellezza.
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