L'ANALISI
13 Gennaio 2026 - 09:33
Una scena corale di Riccardo III di Shakespeare nella versione registica di Antonio Latella
CREMONA - A molti sarà capitato che da piccoli, guardando i cartoon, di preferire i cattivi ai buoni, forse perché più imprevedibili, ma molto spesso perché più seducenti, più belli. Chissà se Antonio Latella guardando Goldrake parteggiava per Vega? Viene in mente questa seduzione della bellezza leggendo le note di regia al ‘Riccardo III’, in scena stasera e domani sera (ore 20.30) al Ponchielli, uno spettacolo kolossal per scene, cast e per la produzione, firmata dal Teatro Stabile dell’Umbria e LAC Lugano Arte e Cultura.
Latella evidenzia come la tradizione che vuole Riccardo III deforme: gobbo e claudicante sia un’invenzione shakespeariana, a favore dell’ascesa dei Tudor, dopo la Guerra delle Due Rose. «Il male che mi interessa è nella bellezza, non nella disarmonia» — spiega —. Il male è il giardino dell’Eden. Una bellezza opulenta e ingannatrice, fatta di relazioni pericolose, di giochi di seduzione continui. E, in questo, Riccardo III è il maggiore dei maestri. Così per Latella Riccardo III è Vinicio Marchioni, di bianco vestito, dandy settecentesco, tutt’altro che uno storpio e gobbo.

«L’idea nasce da una riflessione di Latella: perché il male deve necessariamente risiedere nella deformità fisica? Anche le più recenti ricerche sui resti di Riccardo III hanno dimostrato che la sua deformità è in realtà un’invenzione shakespeariana. Storicamente Riccardo fu un grandissimo cavaliere. Togliendo la gobba, ci siamo chiesti dove si annidi davvero il male – spiega Marchioni -. In questo spettacolo il male non appartiene solo a Riccardo, ma a tutti i personaggi. È nella natura stessa, una natura meravigliosa rappresentata dalla scenografia delle rose bianche, una sorta di giardino dell’Eden settecentesco. Latella fa riferimento anche a Lucifero, che era l’angelo più splendente e bello: forse il male risiede nel linguaggio, nell’ambizione, nel desiderio di portare a compimento la propria casata. Con Riccardo III infatti si chiude la dinastia degli York e si apre il ciclo dei Tudor, la famiglia reale che commissionò le opere a Shakespeare. Abbiamo riflettuto sul fascino del male. Il male ammalia, soprattutto grazie all’arte oratoria, e utilizza sempre le stesse strategie di propaganda. La domanda che ci poniamo è: com’è possibile che l’essere umano continui a caderci?».
Qual è stata l’impostazione di lavoro data da Latella?
«Costruire le dinamiche tra i personaggi è stato il passaggio più complesso: Riccardo III è forse il testo più difficile della storia del teatro per struttura e intreccio. È il quarto testo di una saga che parte dall’Enrico VI e racconta eventi storici complessissimi come la Guerra delle Due Rose. Abbiamo ricostruito la storia reale, confrontandola con le invenzioni drammaturgiche e le compressioni temporali di Shakespeare. È stato un lavoro affascinante e monumentale. Studio questo ruolo da circa un anno».
Da cosa nasce l’idea di una scenografia e di costumi così sontuosi e di forte impatto visivo?
«Tutto è nato dalla richiesta di Antonio a tutti i suoi collaboratori di lavorare sulla bellezza. Voleva che tutto fosse splendente. Io stesso sono vestito di bianco: è un Riccardo III lontano dal cliché del personaggio noir, storpio e mostruoso. I costumi rimandano al Settecento, più a Le relazioni pericolose che a una figura deformata dall’invidia. La bellezza è stata la guida estetica per costruire la fascinazione del male, che poi inevitabilmente si ritorce contro Riccardo stesso, come accade nel finale della tragedia».
Come è cambiato, secondo lei, il teatro di Antonio Latella nel corso degli anni?
«Non mi sento di entrare troppo nel merito, perché non ho seguito tutta la sua produzione, anche considerando il lavoro enorme che ha fatto in questi anni in Italia come all’estero. Credo però che la sua straordinarietà risieda nell’analisi profonda dei testi, nelle prese di posizione forti, nella capacità di aprire le drammaturgie e nell’amore per gli attori. La cura nella scelta dei cast e la fiducia nei collaboratori sono elementi che negli anni si sono raffinati sempre di più».
C’è uno spettacolo con Latella che l’ha segnata più degli altri?
«Sicuramente ‘Un tram chiamato desiderio’, il primo lavoro fatto insieme circa quindici anni fa: uno spettacolo epocale, ancora oggi ricordato per la forza della regia e per una Laura Marinoni straordinaria. Ma anche ‘Chi ha paura di Virginia Woolf?’, due anni fa, è stato un lavoro memorabile per profondità e immersione. Ogni spettacolo con Antonio lascia un segno, perché il suo metodo porta sempre a scendere in profondità nei testi. Per un attore è uno studio raro e preziosissimo».
Il pubblico la associa molto alla televisione, in particolare a Romanzo Criminale. Che rapporto ha con la tv?
«In realtà ho fatto pochissima televisione. ‘Romanzo Criminale’ mi ha dato grande visibilità ed è un orgoglio aver partecipato a una serie che ha cambiato il modo di fare serialità in Italia, anticipando quello che sarebbe arrivato con le piattaforme. Dopo quella esperienza ho fatto pochissima tv, scegliendo con molta attenzione. Ho costruito la mia carriera cercando un equilibrio tra cinema e teatro, senza mai saltare una stagione teatrale. Credo che il pubblico mi segua anche per questa coerenza e per le scelte rischiose, come le opere prime che mi hanno dato grandi soddisfazioni artistiche. Finché non arriverà un progetto televisivo dello stesso livello, continuerò su questa strada».
Come costruisce i suoi personaggi?
«Non esiste una formula unica. Alcuni personaggi li costruisco partendo dal corpo, altri da un’analisi psicologica, altri ancora dalla lingua e dal ritmo della parlata. In ‘Un altro Ferragosto’ di Paolo Virzì ho lavorato molto sul linguaggio e sul corpo; per ‘Ammazzare stanca’ sono ingrassato di oltre dieci chili e ho fatto un lavoro profondo sulla lingua. Mi affascina lavorare sulla parlata, perché penso che ogni essere umano sia profondamente definito da come parla. Poi vengono il corpo e le relazioni: è lì che il personaggio prende davvero vita».
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