L'ANALISI
12 Gennaio 2026 - 17:59
CREMONA - In principio furono Ugo Tognazzi e Monica Vitti, oltre mezzo secolo fa, diretti da Luciano Salce; poi vennero Valeria Valeri e Alberto Lionello e, in tempi più recenti, pensando ai teatri cremonesi, Corrado Tedeschi e Debora Caprioglio, una ventina di anni fa. Per non dimenticare Giancarlo Zanetti e Laura Lattuada, fino all’ultima versione, in ordine di tempo, della pièce regalata da Emilio Solfrizzi e Irene Ferri, diretti da Claudio Greg Gregori, in scena domenica sera e oggi pomeriggio al Ponchielli per la rassegna La Grande Età. L'anatra all'arancia di William Douglas e Marc e Gilbert Sauvajon è un testo che dimostra di essere una straordinaria partitura comica, pronto a essere adattato e ‘maltrattato’ – si fa per dire – dalle doti comiche dei suoi interpreti.
La storia ha come protagonisti una coppia in crisi: Gilberto (lui, autore televisivo) e Lisa (lei, bisognosa di attenzioni e non solo, stanca dell’imprevedibilità del coniuge e dei suoi molteplici tradimenti). Gilberto ha scoperto che la moglie ha un amante ed è pronta a partire per Parigi. La richiesta di divorzio viene di conseguenza, così come l’apparente sacrificio di lui, che vuole ‘liberare’ la moglie da ogni responsabilità, facendo in modo che l’anziana governante (Antonella Piccolo) lo scopra a letto con la sua segretaria, al fine di far ricadere tutte le colpe su di sé e far leggere la partenza della moglie come una reazione.

L’amante di Lisa è un nobiluomo tutto formale e un po’ tonto, l’allampanato Ruben Rigillo, mentre la segretaria è una procace e apparentemente oca Beatrice Schiaffino. La serata diventa una sorta di spietata e comicissima partita a scacchi che vede Gilberto gestire il gioco e sollecitare la gelosia della moglie, fino a riconquistarla, perché – come dice la segretaria, che tanto oca non è – Gilberto e Lisa sono per natura marito e moglie, così come lei e il bell’imbusto dal sangue blu sono vocati a essere amanti.
Tutto questo accade ed è gestito – complice la regia pulita di Greg – da un Solfrizzi incontenibile, che è un piacere ascoltare: incarna con tempi comici perfetti l’intera macchina, è il regista interno, detta il ritmo dell’azione. Si lascia sfuggire di mano qualche improvvisazione di troppo, ma riesce, in quasi tre ore di spettacolo, a non far calare né la tensione né la curiosità del pubblico, desideroso di vedere fino a dove si spinga quella partita dell’amore e delle relazioni coniugali.
Si ride, si applaude; Solfrizzi gioca con le parole, con la mimica, fa ridere – in più punti – anche chi è in scena con lui e si trascina il pubblico, che risponde da subito caldo, reattivo, divertito. Solfrizzi guida e spiazza i suoi colleghi, in primis Irene Ferri: il meccanismo è oliato, l’imprevedibilità dell’attore è speculare a quella del suo personaggio e tutto magicamente si tiene, per una leggerissima serata teatrale di puro divertimento detox.
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