L'ANALISI
02 Gennaio 2026 - 08:53
La copertina del libro e gli autori Germano Zullo e Albertine
CREMONA - Non tutte le barche prendono il mare: ci sono marinai che restano a riva, navi che non lasciano il porto, orizzonti che si frantumano prima di far scorgere l'infinito. Non tutte le barche prendono il mare è anche il titolo di un libro intenso e delicatissimo scritto da Germano Zullo e illustrato da Albertine, pubblicato in Italia dalla casa editrice cremonese Timpetill nella bella traduzione di Beatrice Masini.
Il libro ha la forma di un romanzo epistolare che si dipana nell'arco di oltre vent'anni, con le lettere che si intrecciano tra un padre, una madre e i due figli. I rapporti non sono buoni.
«Lo so che è tutto difficile e spero che col tempo le ferite di cui sono responsabile riusciranno a rimarginarsi. Ci tenevo soltanto a dirvi il mio amore. Mi mancate», scrive Giorgio - trentenne all'inizio della storia - alla moglie Joëlle e ai figli Florence e Max.
È Giorgio a costruire le barche. Realizza modellini di ogni tipo, inseguendo i suoi sogni, e quelle piccole navi le regala ai suoi bambini, messaggere d'amore che il tempo non consuma. Max le adora e le raccoglie sugli scaffali: forse anche lui sogna oceani, onde e il rumore del vento. Florence, «chiusa nel suo mutismo», invece quelle barche le distrugge, le calpesta e poi le ignora.
Joëlle, dal canto suo, risponde: «Non ci tengo a continuare la nostra relazione. Fa troppo male». Lo scriveva già Tolstoj: «Tutte le famiglie felici sono uguali, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo».
Ma quella di Giorgio e Joëlle non è una separazione come le altre. Giorgio è finito in carcere perché, inseguendo chissà quale sogno, ha tentato di rapinare una banca. Il suo presente è una cella con gli asciugamani e i calzini appesi a un filo, le ciabatte, la moka e il lavabo in pochi metri quadrati.
Il suo presente è un cortile in cui lasciare impronte sulla neve, un barbiere tatuato che taglia i capelli ai detenuti, un refettorio in cui tutto si mangia con il cucchiaio. Il suo presente è un parlatorio dove incontrare i bambini: Max che gioca con una barchetta a vela e Florence, seduta a capo chino. La prigione le fa paura, «la psicologa dice che fa fatica a distinguere tra il papà gentile che ha sempre conosciuto e il bandito pericoloso condannato dalla giustizia», ha bisogno di tempo per ricostruirsi.
«Avreste voluto vivere con un papà normale e vi siete ritrovati con un gentile sognatore che rapina le banche - ammette Giorgio -. Credevo di poter cambiare in meglio la nostra vita... e che disastro ho combinato!»
Passano gli anni, i figli diventano adulti e i genitori invecchiano, e ognuno si porta dentro un dolore che è sì cambiato - si è affievolito in una sorta di malinconia -, ma che non è scomparso né potrebbe esserlo. Non è scomparso neppure l'amore da questi legami familiari sfilacciati, contusi, presi a botte dalla vita. Il finale è agrodolce, ha il sapore di un lieto fine un po' rassegnato. Giorgio, che ormai ha 54 anni, è uscito dal carcere, vive in un appartamentino vicino al mare. Joëlle è rimasta sola nella casa dalle pareti colorate. Florence, a sua volta mamma, si è riconciliata con il padre e, probabilmente, con sé stessa. Max continua a collezionare barche e sogna di prendere il largo con papà: «Partiamo direttamente per il nostro giro del mondo tipo Magellano (...); oppure una cosa tranquilla la domenica, un giretto fino al faro... Comunque hai ragione, prima bisogna che troviamo una barca. Potremmo cominciare a ridisegnare i nostri sogni davanti a una bella birra».
Il racconto di Albertine e Germano Zullo - da trent'anni sono una coppia nella vita così come in campo creativo - colpisce per la delicatezza e il pudore con cui affronta un tema difficile e per nulla scontato. Il tratto di Albertine con le sue figure quasi infantili e i suoi colori dice ciò che Zullo non scrive. Integrano la parola e la arricchiscono, esplorano la solitudine dei quattro protagonisti, la fragilità dei loro sentimenti di fronte alle difficoltà che la vita fa loro incontrare.
La vita carceraria è descritta con gli occhi di chi la vive in una quotidianità ripetitiva e alienante, ma non c'è alcun giudizio, non ci sono né accuse né scuse. Si viene formando piuttosto la consapevolezza di come le relazioni personali e familiari siano sempre più complesse e faticose. E di come le azioni (o le non azioni) del mondo adulto ricadano sui bambini, sugli adolescenti. Non tutte le barche prendono il mare emoziona perché sa toccare sentimenti profondi e lo fa in punta di piedi, con tocco leggero. È un libro per ragazzi, probabilmente più adatto agli adulti.
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