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IL COMMENTO AL VANGELO

C'è bisogno di Avvento? Un richiamo che attraversa i secoli e riaccende il senso profondo dell’attesa

Il tempo liturgico appena iniziato invita a interrogarsi sul destino dell’umanità, spingendo credenti e non a misurarsi con il tema della vigilanza interiore

Don Paolo Arienti

30 Novembre 2025 - 05:20

C'è bisogno di Avvento? Un richiamo che attraversa i secoli e riaccende il senso profondo dell’attesa

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

(Mt 24,37-44)

Abbiamo proprio bisogno di fare Avvento. Sì, non solo organizzare un periodo di regali e acquisti, magari scontati, ma proprio fare avvento. Di più: essere Avvento, cioè, fare in modo che le sue ragioni, il suo stile e le sue risonanze scendano un po' dentro di noi, ci abitino, ci sostengano. L'Avvento che inizia oggi nelle chiese cristiane è un tempo pedagogico: l'unico tempo propriamente detto in cui siamo immersi è ovviamente quello pasquale, poiché la fede ecclesiale si fonda sulla risurrezione di Gesù e non c'è nessuna ripetizione, nessun tempo ciclico. Ma appunto pedagogicamente abbiamo bisogno di ritornare su aspetti specifici di un mistero gigantesco, quasi impossibile da credere: quello che i Vangeli ci narrano come amore di Dio e, più in generale, quello che tutti intuiamo, credenti o meno, circa la storia, la nostra vita, il mondo e il suo orientamento. L'Avvento non inizia immediatamente con la comparsa di Gesù, il suo concepimento e la sua nascita: non entriamo in settimane che ci commuovono da subito perché un povero bimbo, un nuovo inizio nudo ed infreddolito, sarebbe la speranza di tutti.

CHE COSA SERVE AL NOSTRO CAMMINO?

Occorre mettere prima a fuoco dove stiamo andando, quale destinazione possiamo scoprire per il nostro cammino, che spesso ci appare come un vagabondare, un andare a caso, un essere vittime di forze e tensioni che non ci lasciano scampo. Ci sembra di essere succubi della Ragion bellica, ovvero della narrazione di una storia che è solo aggressione e cattiveria, in cui i furbi e i prepotenti hanno sempre l'ultima parola. Entrare in Avvento, celebrarlo e lasciare spazio alla parola profetica e a vangeli apocalittici è occasione per interrogarsi sulla direzione della storia e sulle forze che possiamo scorgere dentro di essa: che fine fa il bene che seminiamo? Quale ragionevolezza hanno la fatica della giustizia e la lotta per il bene? Matteo ci suggerisce la prima tappa di senso: guardare alla storia non deve terrorizzarci, non può consumare la vigilanza sul bene. Che c'è ed è molto. Di più: è nelle mani di Dio. E quando verrà, quando si manifesterà la sua gloria, tutto verrà chiarito, tutto sarà in piena luce. Anche l'ipocrisia di chi, come dice Goethe nel Faust, opera costantemente un falso bene per ottenere costantemente un male. Matteo mette sulla bocca di Gesù parole dure, annuncia un discernimento che può apparire discriminatorio, meccanico, casuale. Ma al suo centro sta il bisogno di non dimenticare che un senso c'è; che una giustizia, quella vera, è operativa e soffre come le doglie di un parto, nell'attesa che un di più e un meglio emergano. Al discepolo non è richiesto solo di comportarsi bene o di fare elemosine. È rimandato costantemente alle ragioni di una speranza e all'attitudine dell'attesa. Sono queste le due caratteristiche che Gesù raccomanda a chi vuole seguirlo sino alla croce, perché non si perda d'animo e non accetti passivamente che il buio sia più forte della luce.

UNA LUCE CHE CRESCE

In diverse chiese proprio in Avvento si compie il rito del lucernario. Ogni domenica si accendono in progressione le candele della corona: la luce aumenta, il buio simbolicamente si riduce, proprio come la speranza guarisce la disperazione; vediamo meglio il contorno delle cose, e non solo perché nelle strade e fuori dai negozi crescono le installazioni che rimandano alla festa. Una parola ci richiama il giudizio definitivo sul tremendo potere della libertà e sulle conseguenze del suo esercizio. Uno verrà preso e l'altro lasciato: si abbatterà un discrimine che ridiscuterà i criteri di dominio umano. Non basteranno più le finte tregue. Non baserà più spendere risorse e intelligenza per armarsi contro un mondo nemico. Matteo richiama la funzione di mediazione che l'ebraismo affidava al Messia: ora fa la sua comparsa il "figlio dell'uomo", ovvero uno come noi, della nostra stessa condizione e al tempo stesso inviato dall'alto, incaricato di rivelare i segreti dei cuori e pesare il gioco terribile della libertà. Nulla sarà senza un suo valore e il discepolo lo sa: egli allena il proprio cuore a vedere tra le cose, scorgere i barlumi e non smettere di celebrare. Anche l'Avvento, anche i brani più duri di Matteo ci parlano di una qualità fondamentale dell'umano.

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