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CULTURA A CREMONA

Monteverdi Festival: Ulisse, un classico eterno

Ombre sulla regia di De Angelis, che pare poco coerente. Dantone rende la partitura figlia del nostro tempo

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18 Giugno 2022 - 10:11

Monteverdi Festival: Ulisse, un classico eterno

CREMONA - Dopo diciotto anni di viaggio, torna in scena al Ponchielli Il ritorno di Ulisse in patria, tra le uniche tre opere liriche conservate del Divin Claudio, e forse la più innovativa e sperimentale, realizzata al termine della carriera del compositore cremonese. Ulisse torna in una delle sue mille patrie: Cremona. La stessa che diede i natali a chi a Ulisse, nel 1640, diede la voce necessaria per cantare la sua storia. E, infatti, a voler ben vedere, Claudio Monteverdi non fu altro che un Ulisse più moderno. Innovatore, sperimentatore, curioso, ostile ai limiti della musica canonica e delle rigidità cortigiane. Non solo. Grande viaggiatore in cerca di nuove esperienze. Da Cremona a Mantova, per poi approdare, finalmente, in quella Venezia che gli riconobbe la grandezza ricoprendolo con gli ori della Basilica di San Marco. Tanto che la regia di questo Ritorno colloca la patria di Ulisse sulle sponde del monteverdiano Po.

Il video dell’arrivo di Ulisse sulle rive del Po

Apolidi, antichi per noi contemporanei, ma modernissimi nell’animo, Ulisse e Monteverdi condividono un tratto di strada riprodotto plasticamente in quest’opera che è tutta una celebrazione al viaggio e alla modernità. Proprio su questo dialogo tra i tempi si concentra l’allestimento ideato da Luigi De Angelis, basato su una messinscena contemporanea – o, meglio, senza tempo – di un’opera che, all’orecchio di un ascoltatore del giorno d’oggi può sembrare molto distante, ma che rivela una straordinaria attinenza alle nostre vite. Si concretizza così ancora una volta il valore eterno dei classici, portatori di valori universali, che sopravvivono nei millenni.

«Il ritorno di Ulisse in patria – spiega il regista, De Angelis – è un’opera di sconvolgente modernità perché attraversa temi a noi molto vicini, dalla ferita che non si rimargina di Penelope, rintanata nel loop tossico dell’abbandono, che si nutre di un dolore profondo, ma che non è capace di superare e elaborare la separazione, alla sindrome di Telemaco, figlio orfano del padre, a Ulisse, l’eroe condannato a non essere riconosciuto da nessuno, proprio nei giorni del suo ritorno in patria». Malgrado le parole di De Angelis, la regia sembra più che altro virare su una contemporaneità poco coerente, forzata e talvolta stucchevole e perfino grottesca nei costumi e nelle proiezioni digitali. Promosso l’uso equilibrato delle luci, che creano in tutta la sala un’atmosfera mistica adeguata alla musica celestiale del Divino. A consacrare il successo di questo Ulisse è certamente il versante musicale.

Delphine Galou (Penelope)


Menzione d’onore va necessariamente agli interpreti: Anicio Zorzi Giustiniani (Telemaco), Bruno Taddia (Iro), Roberto Lorenzi (Il Tempo/Antinoo), Raffaella Milanesi (Giunone), Vittoria Magnarello (La Fortuna), Gianluca Margheri (Giove), Federico Domenico Eraldo Sacchi (Nettuno), Giuseppina Bridelli (Minerva), Paola Valentina Molinari (Amore), Francisco Fernandez Rueda (Anfinomo), Enrico Torre (Pisandro), Gaia Petrone (Melanto/L’humana Fragilità), Alessio Tosi (Eurimaco), Luigi Morassi (Eumete), Anna Bessi (Ericlea). Spiccano le prove dell’Ulisse di Mauro Borgioni e della Penelope di Delphine Galou. Tutti coordinati, con l’ensemble dell’Accademia Bizantina, dal maestro Ottavio Dantone, direttore apprezzatissimo dal pubblico internazionale, specialmente per le sue letture sapienti e filologiche dei capolavori di repertorio barocco. Dantone riesce qui, senza scadere nella reinterpretazione spiccia, a rinfrescare una partitura di quasi quattrocento anni, facendola sembrare figlia del nuovo millennio, e dando il meglio sui passaggi sinfonici.

Il pubblico presente al teatro Ponchielli

Ad accogliere questo grande «ritorno alla greca», questo nóstos omerico, è un Ponchielli quasi sold-out, con diversi spettatori stranieri e, per la prima volta dopo due anni, completamente (o quasi) senza mascherine. Un ritorno di Ulisse che ha il sapore di un autentico ritorno alla normalità nel vivere il teatro. Insomma, seppur con qualche ombra, questo Ulisse va visto e apprezzato. E va amato e celebrato ancora una volta il Divin Claudio. L’occasione per farlo? Venerdì 24 si replica.

FOTO: FOTOLIVE/SALVO LIUZZI

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