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PROSA AL PONCHIELLI

«Pupo di zucchero», se la solitudine evoca i morti

Tradizione sicula nello spettacolo di Emma Dante in scena stasera (ore 20). Maringola spiega la genesi dell’intenso lavoro

Nicola Arrigoni

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narrigoni@laprovinciacr.it

11 Aprile 2022 - 13:42

«Pupo di zucchero», se la solitudine evoca i morti

CREMONA - In Sicilia, a Palermo la notte fra il 1° e il 2 novembre la tradizione vuole che si prepari un dolce antropomorfo da offrire ai defunti e che questi in cambio lascino doni ai bambini. Da questa tradizione parte «Pupo di zucchero» di Emma Dante, in scena questa sera (ore 20) al teatro Ponchielli. Lo spettacolo della regista siciliana ha debuttato l’estate scorsa e ha ricevuto plauso unanime all’ultimo festival di Avignone in Francia. «L’idea iniziale era quella di immaginare una sorta di continuazione della Scortecata e non solo perché il punto di partenza è anche in questo caso un racconto tratto da Lo Cunto de li culti di Gianbattista Basile», spiega Carmine Maringola, protagonista di «Pupo di zucchero» in scena con Tiebeu Marc-Henry Brissy Ghadout, Sandro Maria Campagna, Martina Caracappa, Federica Greco, Giuseppe Lino, Valter Sarzi Sartori, Maria Sgro, Stephanie Taillandier, Nancy Trabona.

Sembra di capire che poi non è andata così?
«Come spesso accade nei lavori di Emma Dante si parte con un’idea e poi il lavoro in sala ci porta altrove. L’idea era usare il racconto Pinto smalto in cui una donna, che rifiuta di prendere marito, alla fine se ne impasta uno con le sue mani. La storia avrebbe dovuto essere raccontata dalle due vecchie della Scortecata».

Invece che cosa è successo?
«La storia di Betta che si impasta il suo marito ideale ha richiamato alla memoria di Emma e mia una tradizione che si va perdendo che vuole che si prepari un dolce a forma di uomo da lasciare ai defunti nella notte fra l’1 e il 2 novembre. Da questa suggestione ne è nato «Pupo di zucchero».

Che racconta che cosa?
«Racconta di un vecchio rimasto solo in una casa vuota che prepara l’impasto per dare forma al suo pupo di zucchero. Mentre prepara il dolce tornano a visitarlo i suoi parenti, i suoi cari defunti, la casa si riempie di ricordi e di presenze».

Basile comunque rimane sullo sfondo?
«Ciò che dico sono parole di Basile. «Pupo di zucchero» è una riflessione sulla morte e sulla memoria e prosegue la riflessione che Emma Dante ha fatto con Vita mia e le Sorelle Macaluso. La solitudine, la morte e il distacco dai propri cari sono temi che Emma Dante affronta nel suo teatro e non smette di approfondire».

In questo caso la morte e il ricordo sono non solo nelle apparizioni fantasmatiche, ma anche nei corpi dei cadaveri, nel corpo che muta e si disfa...
«E tutto ciò trova un suo corrispettivo figurale nelle sculture di Cesare Inzerillo che si ispirano alle mummie della cripta dei Cappuccini di Palermo. Alla fine a restare in scena sono quelle figure di corpi in disfacimento. Presenze che ci interrogano».

E come?
«Come accade agli allievi della scuola/laboratorio di Emma Dante cui chiediamo di andare a vedere le mummie dei Cappuccini, un’esperienza unica in cui quei corpi sembrano dare vita a una narrazione che sta nel nostro sguardo davanti alla morte e a ciò che resta di noi dopo il decesso».

E a questa narrazione come si lega «Pupo di zucchero?»
«Il tempo e il racconto di «Pupo di zucchero» sono quelli di una veglia, la veglia si compie nel tempo di realizzazione dell’impasto del dolce destinato ai morti. In questo lasso di tempo i defunti fanno visita all’uomo e alla sua solitudine».

«Pupo di zucchero» è un lavoro costruito sulla fisicità. Quanto è mutato lo spettacolo dal suo debutto?
«Non direi mutato, ma certo ha trovato un suo equilibrio e una sua fluidità. Tutto ciò non si traduce in una meccanicità di restituzione, siamo attenti a non perdere in autenticità e credibilità di ciò che facciamo. Il bello è che a fronte di alcuni di noi che da lungo tempo seguono e compartecipano al lavoro di Emma Dante, buona parte della compagnia è formata da allievi che con grande scrupolo e grande attenzione e partecipazione condividono l’estetica di Dmma Dante»

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