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IL CIGNO DI BUSSETO

Giuseppe Verdi, guerra sui cimeli: primo round agli eredi

Il Tar di Parma impedisce al Mibact di addebitare 674 mila euro di costi di restauro del carteggio verdiano

Elisa Calamari

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27 Ottobre 2021 - 05:35

Giuseppe Verdi, guerra sui cimeli: primo round agli eredi

VILLANOVA SULL'ARDA (Pc) - A porre rimedio se non al danno ma quantomeno alla beffa è stato il Tar di Parma: ha dato ragione agli eredi di Giuseppe Verdi, vietando al ministero dei Beni culturali di addebitare loro 674 mila euro di costi di restauro al carteggio verdiano. Si tratta dei preziosi documenti – per lo più abbozzi musicali e lettere – che per effetto di un decreto di esproprio attuato dai Soprintendenti dell’Emilia-Romagna insieme all’Archivio di Stato di Parma, nel 2017 hanno lasciato la dimora del maestro a Sant’Agata.  Sulla complessa vicenda sono stati aperti più contenziosi. Uno, ancora in corso, riguarda la quantificazione del valore economico dei carteggi espropriati e ora custoditi a Parma. Per l’altro, invece, l’epilogo è arrivato appunto con la sentenza firmata dal giudice Germana Panzironi: si è espressa sul ricorso presentato da Emanuela e Ludovica Carrara Verdi, rappresentate e difese dall’avvocato Fabio Mezzadri.

Alle due eredi (e agli altri discendenti del compositore, Angiolo e Maria Mercedes) il Mibact intendeva appunto addebitare i costi di restauro, in virtù della normativa che stabilisce: «Gli oneri per gli interventi su beni culturali, imposti o eseguiti direttamente dal Ministero ai sensi dell’articolo 32, sono a carico del proprietario, possessore o detentore». Nel caso in questione, però, le eredi hanno sottolineato che il ministero ha disposto unilateralmente l’intervento «in assenza di alcun previo contraddittorio con le parti – si legge sulla sentenza – finalizzato a verificarne la necessità e a concordarne le modalità». A tale proposito è stato anche ricordato che nel verbale del 10 gennaio 2017 veniva dato atto dell’integrità del materiale stesso. «Deve ulteriormente rilevarsi che il contestato ‘pessimo stato di conservazione dei materiali di archivio’, oggetto della contestazione – si legge ancora sul ricorso –, viene apoditticamente affermato dall’Amministrazione in assenza di alcun principio di prova non essendo in alcun modo documentato». Sulla successiva relazione legata all’esproprio si parlava di «strappi, tagli, lacerazioni, slabbrature, bruciature, tracce di umidità, muffe, erosione da acidità di inchiostri, attacchi di insetti», ma l’avvocato ha fatto leva sul fatto che, tale descrizione, non fosse effettivamente provabile.

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