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CREMONA: STRADIVARIFESTIVAL

Milenkovich e Bronzi, estro e rigore tratteggiano i luoghi dell’anima

Il duo formato da violino e violoncello ha portato all’MdV la grande musica da Bach al Novecento

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03 Ottobre 2021 - 12:51

Milenkovich e Bronzi, estro e rigore tratteggiano i luoghi dell’anima

Stefan Milenkovich al violino e Enrico Bronzi al violoncello

CREMONA - Il concerto «Tre secoli in duo», proprio perché indaga la storia della musica da Bach ai giorni nostri, propone visioni della vita e dell’arte profondamente diverse tra loro. Ma che a volte - come forse fanno le rette parallele nell’infinito – sembrano incontrarsi. Ad unirle sono riusciti, ieri sera all’Auditorium Arvedi, il violinista Stefan Milenkovich e il violoncellista Enrico Bronzi. I due virtuosi hanno il merito non comune di combinare estro e rigore, fantasia e precisione analitica tecnica ispirata e capacità espressiva ricca di colori, di effetti e di sorprese. Un programma oltremodo variegato, e se il filo conduttore è l’abilità tecnica, è sorprendente la capacità di spaziare dalla leggerezza squisitamente virtuosistica alla profondità interiore del Novecento. Milenkovich e Bronzi affrontano ogni pagina con la stessa naturalezza. Eppure, percorrono la tastiera dei loro strumenti in lungo e in largo. Una sorta di caleidoscopio che condensa generi, tecniche, acrobazie e tavolozze timbriche. Basterebbero i brani solistici a renderne misura della loro abilità. Per un violoncellista è impossibile sfuggire alla Suite n.1 di Bach. Bronzi la rilegge restituendone intatto il fascino, entrando così intimamente nella logica del compositore fino a rendere intelligibile e nobilitandone l’essenza più autentica, trovando il giusto andamento per ogni movimento, distillando ciascuna nota di questo capolavoro assoluto della storia della musica. Lo stesso si potrebbe dire del Capriccio 24 di Paganini, un tema, undici variazioni e un finale, sicuramente una delle pagine più difficili dei più note della letteratura per violino, unico per le altezze verticali del suono, e varietà di colpi d’arco. L’istinto musicale, l’intonazione, l’intensità, il controllo del gesto di Milenkovich sono davvero interessanti. Doti che emergono chiaramente anche nelle nella Sonata di Ysaje e in Kreisler.

I brani proposti per violino e cello, poi amplificano le qualità dei singoli interpreti. Tanto più che, il programma, si fa ancora più interessante, proprio perché svincolato dalle pagine più note. Si arriva a compositori del Novecento. Prima con Xenakis e tutta la tensione ritmica di Dhipli Zyia, in una partitura serratissima tra le due voci. E, per concludere, un Ravel (quello della sonata per violino e violoncello), lontano dalla sua poetica più nota, con le sonorità più severe degli strumenti ad arco e della sonata. Siamo quasi a mezzi ascetici, per la spogliazione estrema della scrittura esempio di severa necessità interiore, senza fronzoli. Ma, proprio grazie a queste pagine del Novecento, si può avere misura del valore dei due interpreti. Mai perdono di vista la complessità delle architetture sonore, quasi a voler seguire le pulsazioni, le deviazioni, le volute che dividono e moltiplicano la linearità del percorso. Una interpretazione che è, in ogni momento, oltremodo attenta alla varietà del peso sonoro e alla mobilità del passo narrativo. Anche per queste ragioni la loro esecuzione è davvero convincente e sentita fino a tratteggiare non la semplice partitura ma un più eletto luogo dell’anima.

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