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CREMONA: PAF 2021

Sfasciare le chitarre è un gesto filosofico. Lo dice pure Platone

Venerdì al Museo lo scrittore cremonese Stefano Scrima presenta l’ultimo libro

Fabio Guerreschi

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fguerreschi@laprovinciacr.it

08 Giugno 2021 - 09:18

Sfasciare le chitarre è un gesto filosofico. Lo dice pure Platone

Lo scrittore cremonese Stefano Scrima e la copertina del libro L'arte di sfasciare le chitarre

CREMONA - Il rock è conoscenza, sfasciare la chitarra un esercizio filosofico. Un gesto iconico come quello di Pete Townshend degli Who si trasforma quindi da ribellione a conoscenza del mondo, da rabbia a conquista di nuovi valori.
È questa la tesi dell’ultimo saggio di Stefano Scrima in cui si analizza uno dei movimenti culturali più importanti del ventesimo secolo (il rock) come fenomeno di conoscenza (la filosofia).
L’arte di sfasciare le chitarre (Arcana editore, 108 pagine, 13 euro) continua il processo di analisi del fenomeno rock, proseguendo la strada che ha visto, tra l’altro, la musica rock trasformarsi da semplice forma di intrattenimento in controcultura (hippy e punk), da mezzo di comunicazione (tesi sostenuta dal fondamentale testo Sociologia del rock di Simon Frith nel 1978) a universo simbolico (la libertà, la ribellione, il diavolo, la Terra promessa, la redenzione).
Il tassello che aggiunge Scrima — che venerdì presenta il volume al Paf, dalle 12 alle 13 nel cortile del Museo Civico di Cremona, intervistato da Carmine Caletti — è quello di paragonare, e in un certo senso derivare, il rock dalla tragedia greca. L’incontro e lo scontro tra tra apollineo e dionisiaco, che diventa motore del cambiamento sociale.
Una scrittura brillante e contagiosa accompagnano il lettore a scoprire i «nuovi filosofi»: Jimi Hendrix è l’Eraclito del ventesimo secolo, come i Doors sono la reincarnazione di Platone, Iggy Pop è Diogene, nei Nirvana rivive Schopenhauer e nei Queen si aggira Nietzsche.


Un volume quindi che getta una nuova dimensione sul rock: quello filosofico, quello di un percorso interiore di conoscenza e di consapevolezza del mondo esterno. Un testo affascinante e tutto cremonese. A partire dall’autore — molti lo ricorderanno sui palchi di Cremona con la band dei Sydrojé, per proseguire con Carmine Caletti – tra i fondatori della webzine Cremonapalloza e narratore di storie sul rock — che ha scritto la postfazione, per terminare con Eleonora Liparoti che ha disegnato la copertina del libro.

Secondo la sua tesi il rock è una forma di conoscenza?
«Sì, permette di conoscere se stessi e il mondo ed è il motivo per cui ho cercato di spiegare le affinità tra filosofia e rock. Per

Il rock permette di conoscere se stessi e il mondo ed è il motivo per cui ho cercato di spiegare le affinità tra filosofia e rock

me sono entrambe forme di conoscenza, degli strumenti che possiamo utilizzare per conoscere il mondo in cui viviamo e noi stessi, l’uno attraverso l’altro. Sono partito da Nietzsche e dalla sua analisi della tragedia greca in cui esiste un equilibrio tragico – tra apollineo e dionisiaco, tra razionale e irrazionale — che è la fonte della conoscenza, come lo è la filosofia concepita da Nietzsche: una disciplina che non si ferma alla razionalità e alla ragione, ma che è molto più complessa e comprende tutti gli ambiti della nostra esistenza. Coasì intesa diventa una guida che ci permette di navigare tra le contraddizioni della vita, fatta di antitesi: ragione e sentimento, impulsi e razionalità. Questa tensione che Nietzsche vede nella tragedia attica, la ritrovo nel movimento rock per come si è sviluppato nella seconda metà del Novecento. È un movimento sempre in divenire ed è questo che diventa fondamentale per la conoscenza. Se si fosse fermato o cristallizzato in un genere particolare, come il rock’n’roll o il punk, se non si fosse sempre evoluto, se non si fosse sempre superato non ci avrebbe permesso questa conoscenza che invece cambia in ogni momento, in ogni momento della nostra vita le cose si configurano in maniera diversa. E questo è quello che ha fatto il rock nel Novecento».

Sfasciare la chitarra è quindi un gesto filosofico, un esercizio di conoscenza?
«La vedo come una manifestazione plastica di questa filosofia. In realtà in quel momento si mette in atto un movimento di rottura, un atto di disobbedienza, di ribellione, di contrarietà che può assumere tanti significati ed esprimere molte sensazioni. Dimostra come la filosofia tenda a mettere in discussione le cose e questa conoscenza critica ci porta a metter in discussione tutto quello che stiamo vedendo e che spesso troviamo inadeguato, di vissuto in modo acritico, che non ci soddisfa e non risponde alle nostre esigenze di libertà e di espressione. Il rock ci insegna il contrario, che possiamo, se abbiamo voglia di conoscere, andare contro il sistema e realizzare qualcosa di migliore e in modo collettivo. E questa, secondo me, è la differenza tra il rock come movimento e gli altri movimenti culturali e soprattutto musicali».

Il rock è quindi un universo completo, dotato di senso che vive anche delle proprie contraddizioni?
«Sì, le contraddizioni ci sono perché la vita è una materia difficile e non può essere bianca o nera. L’equilibrio che permette l’esistenza oscilla tra l’apollineo più convenzionale e razionale, e il dionisiaco più informale e irrazionale. L’equilibrio migliore e tragico è quando le due componenti sono alla pari».

Per questo il rock è diventato un linguaggio universale?
«Sì, il rock ha assunto un linguaggio universale e in tutto il mondo sono nate rock band. Però bisogna anche aggiungere che il suo messaggio ha avuto un vero impatto sociale soltanto fino a un certo punto ed è stato veicolato soprattutto dai musicisti statunitensi e inglesi. Sono riusciti a dare al rock un risvolto sociale. Poi nel suo diventare globale ha perso per strada il messaggio sovversivo, quello dionisiaco, per lasciar spazio soltanto alla musica. Continua a piacerci, ma non risponde più all’idea di quello che è riuscito a fare. Nel suo rinnovarsi ha perso la spinta e in questo momento c’è solo la musica e nient’altro».

Il cambiamento sociale che ha portato il rock è dovuto al fatto che ha affrontato i grandi temi della vita come amore, morte, ribellione, angoscia. Queste sono state le molle che hanno portato il rock a porsi come motore di cambiamento sociale?
«Il rock si è fatto contenitore dei messaggi delle generazioni di un dato periodo. In particolare negli Anni ’60 — che sono stati gli anni del culmine del rock’n’roll — con la rivoluzione hippy. Un’esperienza vista come un fallimento, ma non è stata un fallimento, perché è riuscita ad avere un forte impatto sul tutto il mondo occidentale. La Summer Of Love del 1967 ha riportato l’attenzione della società sui valori di pace, amore e libertà e la società è cambiata attraverso la narrazione del rock. Gli hippy non sono riusciti a fare la rivoluzione che volevano, ma si sono reinventati per portare avanti la propria lotta, senza riuscire a vincerla, ma, è questo è innegabile, influendo sulla società».

Lei scrive che la tragedia greca era basata sul «sentire», il rock sul «vivere». Quindi il rock è un passo avanti?
«La parte importante nella tragedia greca era la musica, quindi il ruolo del coro e l’aspetto dionisiaco, che non è arrivata fino a

L’industria culturale è stata la condizione per cui è potuto nascere il rock come messaggio da veicolare a tutti. Altrimenti non sarebbe stato rock, ma qualcosa d’altro ed elitario

noi. Secondo Nietzsche la tragedia greca era la rappresentazione di quello che i greci vivevano, narrata in una tensione tragica, che non si nascondeva dietro istituzioni o apparenze e non dimenticava le tragedie della vita. Il rock arriva in un periodo nichilista dominata da grandi ideali e grandi valori che in realtà celano l’avidità dell’uomo. Il rock cerca così di incarnare il come poter vivere una vita diversa, facendoci immaginare mondi possibili dove poter esprimere le nostre libertà».

Nonostante il rock sia stato inglobato nell’industria culturale, ha sempre cercato spazi di autonomia?
«L’industria culturale è stata la condizione per cui è potuto nascere il rock come messaggio da veicolare a tutti. Altrimenti non sarebbe stato rock, ma qualcosa d’altro ed elitario. Il tributo che ha dovuto pagare il rock è quello di essere stato assorbito dall’industria culturale. Quello che, per esempio, Theodor W. Adorno non ha colto del rock è che il rock non è il pop da dare in pasto alle masse e basta, ma possiede un contenuto dionisiaco. La parte apollinea è la merce e la vendita della merce stessa che ha in se un messaggio rivoluzionario e sovversivo. Una coesistenza del prodotto nell’industria culturale di apollineo e dionisiaco è quello che ha portato il rock ad avere un impatto sociale, quello che altri generi non hanno avuto. E questo è un fatto. La nascita dell’Underground è la dimostrazione di una rinascita del rock senza le pressioni dell’industria culturale. Il rock ha continuato a superarsi e a rigenerare la forza tragica e sovversiva che perdeva nel tempo. L’Underground è nato contrapponendosi al rock Mainstream, è nato contro se stesso. Una continua rinascita per accedere all’energia primordiale, che è fondamentale».

Per questo il rock non è solo un genere musicale ma un movimento culturale?
«Sì, se non fosse stato così, sarebbe diventato solo una moda e l’apollineo, che è necessario, avrebbe trionfato sul dionisiaco.

Il rock è morto come movimento, ma è vivo come musica con generi cristallizzati e replicabili, finché non ci sarà una nuova ondata anche del rock stesso, che mischierà di nuovo le carte

L’aspetto di movimento culturale si è però esaurito: il rock è morto come movimento, ma è vivo come musica con generi cristallizzati e replicabili, finché non ci sarà una nuova ondata anche del rock stesso, che mischierà di nuovo le carte. Ha vinto l’apollineo, il mercato, l’estetica, il sogno americano dove dal nulla puoi arrivare a fama e ricchezza, ma non cambiare il mondo. Quindi ha mortificato se stesso e svenduto gli ideali del movimento per valori più effimeri: l’individualismo e la voglia di fare musica in termini individualistici».

Il rock è il «conosci te stesso» dei tempi moderni?
«Sì, per superare un mondo acritico e stili di vita che non rispondono più alle pulsioni delle nuove generazioni. Oggi c’è un’accettazione collettiva di tutto quello che avviene, anche la protesta è sterile e atomizzata. Non ha impatto perché non c’è un collettore che crea una coscienza critica collettiva come poteva essere il movimento rock nel Novecento. Oggi anche le band ragionano più in termini individualistici che di «scena»: fare musica per appagare il mercato. Il rock è un movimento di persone, di band ed è rimasto nel cuore di chi fa rock, ma non è più visibile, non c’è più l’equilibrio tragico che connetteva le persone. L’altro giorno leggevo una dichiarazione che ripostava che la più grande rock band attuale sono i Foo Fighters perché vendono, hanno successo e fanno soldi. Ma non rappresentano il rock, sono l’antitesi del rock pur facendolo. Non hanno l’ideale del rock di contrapporsi alla realtà esistente e sono integrati e assuefatti al mondo, così come va. Quello che fanno, e anche loro dicono, è consolare le persone e dar loro un po’ di momenti piacevoli. Il loro rock è legato allo show, inizia e finisce con la performance sul palco. Si è risolto tutto nell’intrattenimento del concerto o nell’ascolto dell’album. L’industria culturale e la tecnologia hanno fatto anche di più: ti danno la musica da ascoltare quando vuoi e hanno svuotato il rock dell’esperienza dell’ascolto, perché il rock è un’esperienza. L’ultimo grande esempio sono stati i Queens Of The Stone Age. Tra il 2000 e il 2010 sono stati la mia band di riferimento del nuovo millennio, perché hanno superato lo stoner, sono andati oltre il genere costituito. Gli altri ripetono stilemi e cose già fatte».

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