Cerca

Eventi

Tutti gli appuntamenti

Eventi

IL PUNTO

Coltellate in diretta, il disvalore dei social

Il caso del 13enne spinto online a colpire la docente riaccende il tema della responsabilità delle piattaforme. Minori esposti a contenuti estremi e controlli insufficienti: serve una risposta concreta. E che parta dal basso

Paolo Gualandris

Email:

pgualandris@laprovinciacr.it

29 Marzo 2026 - 05:05

Coltellate in diretta, il disvalore dei social

Ha perfettamente ragione il sindaco di Casaletto Ceredano, Aldo Casorati, quando dice «le scuole elementari nelle piccole realtà non hanno solo una funzione educativa, ma rappresentano un valore sociale». Anche di controllo sociale. Un fattore applicabile, si potrebbe dire allargando il ragionamento, non solo alle realtà dei piccoli comuni, ma anche a ogni plesso di città, nel centro così come, forse addirittura soprattutto, nelle periferie. Realtà, queste ultime, dove i rapporti umani vanno sfilacciandosi, la cui comunità nel suo complesso è sempre meno attenta all’altro, dove le persone e le famiglie tendono a chiudersi a riccio perché distratte da interessi più ‘alti’ che non la presunta banalità del quotidiano. Le cause di questo nuovo clima di individualismo sono molte. Qui interessa, in particolare, il ruolo giocato da social e smartphone: ti fanno credere di essere collegati con il mondo. Una connessione virtuale che però fa scadere di interesse quanto, più vero perché più fisico e concreto, accade intorno a te. E seduce i più deboli attanagliandoli in un circuito vizioso in cui i cattivi maestri diventano in grado di dettar legge. Prendiamo il caso, recente e drammatico, della professoressa di francese accoltellata e ferita gravemente da uno studente 13enne con indosso una maglietta su cui campeggia la scritta ‘vendetta’. Sconvolgente, così come scioccante è la possibilità - avvallata dalla stessa insegnante aggredita - che forse il ragazzino sia stato spinto da sconosciuti sui social. Ipotesi apparentemente confermata dal fatto che l’accoltellamento è avvenuto ‘in diretta’ in quanto filmato con il telefonino e mandato in rete.

E chi se ne importa del fatto che quella professoressa poteva perdere la vita, più importante per lo sciagurato ragazzino non deludere il gruppo di Telegram con il quale aveva condiviso la rabbia per una insufficienza e per essere stato ripreso dalla stessa insegnante dopo aver provocato un compagno. Un rancore maturato e coltivato in rete, fino ad essere spinto da anonimi fan ad agire così brutalmente. Un risentimento di gruppo che ha fatto di una ragazzino descritto come timido e introverso un potenziale assassino. Un odio tutto maturato dentro un telefonino, senza alcun contatto umano vero, che forse sarebbe servito a stemperare la tensione e le angosce e riportare il ragazzo a più miti e naturali consigli. Un caso limite, si potrebbe dire, ma paradigmatico della potenziale pericolosità di uno strumento neutrale solo in apparenza: lo smartphone e i suoi contenuti social. Una giungla dove non ci sono più regole, in cui tutto è possibile stante il sempre più labile controllo effettuato dai gestori, all’insegna della deregulation, che ha di fatto cancellato qualunque tipo di filtro. Lo studente bergamasco aveva preannunciato quanto sarebbe andato a fare contro la sua professoressa, se ci fosse stato un controllore tutto questo forse si sarebbe potuto evitare. Ma ai signori dei social tutto questo non sta bene se, come ha scritto Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook e proprietario di Meta, «Se vogliamo vincere la guerra con gli adolescenti dobbiamo portarli in rete già dalla prima pre-adolescenza». Obiettivo bambini, dunque. Un progetto francamente terrificante, in cui la rete intende sostituirsi alle famiglie e ai presidi educativi per dettare i nuovi paradigmi di comportamento. Il caso di Trescore Balneario dimostra drammaticamente l’attualità del dibattito giuridico sulla protezione dei minori online. Un 13enne, verosimilmente esposto a contenuti violenti, ha annunciato un’aggressione su una piattaforma di messaggistica, l’ha trasmessa in diretta e pubblicato contenuti pericolosi, senza che alcun sistema di protezione intervenisse. Questo conferma l’urgenza di un’applicazione effettiva degli obblighi già previsti dal Digital Services Act per i fornitori di piattaforme, e dà ragione a chi, dall’Australia alle proposte dello Special Panel europeo riunito proprio questo mese, chiede restrizioni di accesso ai social per gli adolescenti al di sotto di una certa età. Le recenti sentenze dei giudici statunitensi dimostrano che si tratta di un tema giuridico di portata globale: in California in un verdetto storico, Meta e YouTube sono stati ritenuti responsabili per i danni psicologici subiti da una ragazza e dovranno pagare 3 milioni di dollari, mentre in New Mexico, Meta è stata ritenuta responsabile di non proteggere i minori dai predatori online e di aver ingannato i consumatori sulla sicurezza delle sue piattaforme, una colpevolezza che costa al colosso di Mark Zuckerberg altri 375 milioni di dollari, circa 10mila dollari per ogni teenager che ha partecipato all’azione legale. L’Unione Europea ha contestato a diverse piattaforme come possibili violazioni della legge sui servizi digitali per non aver protetto i minori dall’esposizione a contenuti pornografici. Una vera sfida alle imprese digitali per mettere limiti e regole all’uso dei social. I divieti attualmente esistenti anche in Italia come quello di poter accedere ai social solo dopo i 16 anni e quello di portare i telefonini a scuola sono facilmente aggirabili. Servono azioni che partano dal basso. In attesa degli esiti di queste azioni, c’è però chi si è già ribellato, esempi da tenere in considerazione. Come esempio quanto accade da tre anni a Greystones, cittadina vicino a Dublino. È in atto una efficace campagna sostenuta dagli adulti per evitare di consegnare un telefonino ai preadolescenti, ai minori di 13 anni. Hanno aderito 70 famiglie su cento e gli insegnanti assicurano che i bambini arrivano più svegli a scuola, giocano di più all’aperto e organizzano felicemente attività collettive. Negozi ed esercizi commerciali locali non sono rimasti a guardare. In un caffè è stato allestito uno spazio per attività ricreative in cui trovarsi senza coordinarsi tramite telefono; un supermercato si è messo a disposizione dei bambini come punto di riferimento per contattare i loro genitori al telefono in caso di comunicazioni urgenti al di fuori della scuola. C’è chi a Cremona e provincia vuole farsi carico di una iniziativa simile?

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su La Provincia

Caratteri rimanenti: 400