L'ANALISI
23 Marzo 2026 - 19:41
La Costituzione non si cambia a colpi di maggioranza. Sembra essere questo il principale messaggio che gli italiani hanno mandato al Governo partecipando in maniera mai così massiccia a un referendum costituzionale sulla riforma della giustizia con la separazione delle carriere tra magistratura requirente, i pm, e giudicante. Si sono recati alle urne quasi sei aventi diritto su dieci, quindi una partecipazione a livello delle elezioni politiche.
Piccola annotazione di cronaca: il Comune lombardo con l’affluenza maggiore è stato Campagnola Cremasca, dove ha votato il 75,49% degli aventi diritto (e ha vinto il sì). Il centrodestra ha forzato la mano licenziando un testo di riforma che non è stato modificato in nulla nel corso del dibattito parlamentare; ha peccato ignorando la lezione consegnata alla storia nel dicembre del 1947, quando si realizzò con la stesura della Costituzione Italiana quello che in molti chiamarono il ‘miracolo dei nemici’: la firma sulla stessa Carta del liberale Enrico De Nicola, capo dello Stato provvisorio, e le controfirme del democristiano Alcide De Gasperi e del comunista Umberto Terraccini, con il consenso convinto del Partito Socialista.
Inizialmente alleati di governo subito dopo la sconfitta del fascismo, ma anche avversari solo poco dopo, quando metà della Costituzione doveva ancora essere scritta. Eppure i lavori della Costituente procedettero ugualmente spediti. Dando vita alla Carta fondante dell’Italia condivisa e inclusiva. Oggi, di fronte a una riforma risultata fin troppo identitaria per essere digerita dal corpo elettorale e quindi respinta, è inevitabile che i politici di entrambi gli schieramenti diano il via ad alcune riflessioni andando oltre lo specifico momento elettorale.
La competizione è diventata tutta politica invece di restare nel suo alveo naturale, quello dei contenuti concreti e reali della riforma. Trasformandosi in un voto pro o contro il governo, al quale, peraltro, non sono risultati estranei gli effetti delle crisi geopolitiche che stanno funestando il mondo con le guerre in Ucraina ma soprattutto nel golfo Persico, con la conseguente crisi petrolifera che si sta riverberando in maniera sensibile sui portafogli degli italiani.
È probabile che i toni eccessivamente aspri registrati durante la recente campagna elettorale non abbiamo pagato nel momento in cui era necessario concentrare l’attenzione sulla riforma in sé. Lo hanno riconosciuto anche autorevoli esponenti delle Camere penali, fortemente schierati a favore della riforma: «Purtroppo la politica si è appropriata del tema referendario, ma potevamo farci poco. Ci dispiace perché la nostra, come tutti sanno, è stata una battaglia di principio e non abbiamo alcun interesse a favorire questo o quel gruppo politico», spiegano in coro.
A confondere le acque anche il caso di Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia rimasto coinvolto nel brutto pasticcio del ristorante in società con la figlia dell’esponente di un clan mafioso romano. Elementi che di fatto hanno fatto perdere consensi negli stessi elettori del centrodestra, se è vero, come ha spiegato l’istituto di ricerca Swg, che hanno votato ‘no’ l’otto per cento degli elettori sia di FdI che di Forza Italia, partito, quest’ultimo, che si è intestato in particolare la riforma della giustizia, contro un cinque per cento di elettori del Pd e del Movimento Cinque stelle a indicare il ‘sì’ nell’urna.
Giorgia Meloni, che pure nell’ultima fase della campagna elettorale si è spesa moltissimo, facendo recuperare consensi, per la prima volta da quando è al governo si deve misurare con il senso di una sconfitta. Dichiarandosi molto rammaricata, ha già detto, legittimamente, che resterà a palazzo Chigi, pur rispettando la decisione popolare. È evidente che per la coalizione di centrodestra da oggi nulla sarà come prima e che dovrà analizzare con attenzione le geografia del voto. Magari rispolverando il clima da ‘miracolo dei nemici’. Restando a casa nostra, significativi in Lombardia sia la partecipazione popolare (63,76 degli aventi diritto), che il risultato, con il ‘sì’ che arriva a sfiorare il 54 per cento (fanno eccezione Milano e provincia).
Ancora più favorevoli alla riforma della giustizia gli elettori della provincia di Cremona, con il ‘sì’ che ha superato quota 58 per cento. Analogamente a quanto detto per il livello nazionale, anche localmente i politici devono interrogarsi sul senso di questo voto. Per il centrosinistra probabilmente non è un ‘avviso ai naviganti’, ma gli assomiglia molto: nei tre principali comuni - Cremona, Crema, Casalmaggiore - a prevalere sono stati nettamente i favorevoli alla riforma.
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